{"id":222,"date":"2026-05-19T12:45:26","date_gmt":"2026-05-19T10:45:26","guid":{"rendered":"https:\/\/autori.casaeditricepagine.net\/cinzia-falcone\/?page_id=222"},"modified":"2026-05-19T12:45:26","modified_gmt":"2026-05-19T10:45:26","slug":"racconti","status":"publish","type":"page","link":"https:\/\/autori.casaeditricepagine.net\/cinzia-falcone\/racconti\/","title":{"rendered":"Racconti"},"content":{"rendered":"\n<pre class=\"wp-block-verse\"><strong>IL MESSAGGIO SUL MURO<\/strong><br><br>La strada che porta alla scuola, a quell\u2019ora, sa di pane caldo e benzina. Samuele abbassa la testa dentro il cappuccio e cammina svelto, la chitarra in spalla come un segreto che pesa. Ogni mattina passa davanti allo stesso muro grigio, quello a fianco al bar di Karim. C\u2019\u00e8 sempre qualche scarabocchio, una firma, un cuore mal riuscito. Quella mattina, per\u00f2, le lettere sono dritte, pulite, scritte con un gessetto bianco che graffia la luce:<br>NON SEI INVISIBILE. TI HO VISTO.<br>Samuele si ferma. Il traffico gli scorre accanto, un clacson distante, il tintinnio di tazzine. Sente la chitarra scivolare sulla spalla e la riaggiusta. \u201cChe vuol dire?\u201d pensa. Chi l\u2019avr\u00e0 scritto? \u00c8 diretto a lui? Sciocchezze. Sbuffa, fa una foto col telefono e riprende a camminare. In classe non lo dice a nessuno.<br>Il giorno dopo, l\u2019aria sa di pioggia. Il muro, asciutto a macchie, porta una nuova frase, tracciata con lo stesso gesso:<br>CONTINUA A SUONARE LA TUA CHITARRA. VALE PI\u00d9 DI QUANTO CREDI.<br>Questa volta, il cuore gli batte pi\u00f9 forte. Nessuno, oltre a Luca e Sara, sa della chitarra. Non la suona a scuola, mai. Suona la sera, sul pianerottolo di casa, piano, per non dare fastidio al vicino che si lamenta per ogni cosa. Chi pu\u00f2 saperlo?<br>In corridoio, durante l\u2019intervallo, infila la faccenda tra una battuta e l\u2019altra. \u201cRagazzi, qualcuno fa il poeta sui muri del bar.\u201d Mostra la foto. Luca scrolla le spalle: \u201cMagari \u00e8 un invito generico alla vita.\u201d Sara strizza gli occhi: \u201cO magari a te. Dai, \u00e8 carino.\u201d Samuele li guarda uno dopo l\u2019altro. Li conosce da anni, gli si legge la verit\u00e0 in faccia quando mentono. Qui non vede niente di strano. Per\u00f2 una pulce nell\u2019orecchio resta.<br>La terza mattina, il messaggio dice:<br>QUANDO SCORDI IL CAPOTASTO, IMPROVVISA. LO SAI FARE.<br>Samuele si gela. Solo una volta, una settimana prima, aveva scordato il capotasto sulla mensola d\u2019ingresso. Aveva improvvisato, lo aveva persino divertito, ma l\u2019aveva fatto da solo, sul pianerottolo, di sera. Come diavolo\u2026?<br>Quella notte dorme a sprazzi. Sente in testa le parole che rimbalzano come biglie. Alle quattro e mezza si alza in punta di piedi, infila la felpa e le scarpe senza far scricchiolare nulla, e sgattaiola fuori. La citt\u00e0 \u00e8 un animale addormentato: pochi fari, il respiro delle fogne, un cane che abbaia da lontano. Raggiunge il muro. C\u2019\u00e8 umidit\u00e0 sospesa, come una polvere. Non c\u2019\u00e8 nessuno.<br>Aspetta un\u2019ora, poi un\u2019altra. Alle sei passa la spazzatrice e la signora Pina, che la guida, abbassa il finestrino. \u201cSei tu, Samu? Che fai, studi il marciapiede?\u201d ride. \u201cSignora Pina, ma le scritte sul muro\u2026 lei le vede prima, quando passa?\u201d \u201cCi passo alle cinque e mezza, \u2018sto giro. Le scritte sono gi\u00e0 l\u00ec, sempre. Mai visto nessuno farle.\u201d \u201cMai?\u201d \u201cMai mai. E ho l\u2019occhio da falco.\u201d Solleva un sopracciglio, poi riparte.<br>Samuele resta l\u00ec, a guardare la superficie ruvida del muro come fosse una lavagna di indizi. Si avvicina. Sulle dita gli resta una patina bianca. Il gesso \u00e8 di quelli morbidi, scivola facile. Pensa ai gessetti dell\u2019aula di arte. Il bidello Bruno li ripone in un armadietto. Si chiede se qualcuno li rubi la sera, ma la scuola chiude presto. Chi ha le chiavi?<br>Quel giorno, all\u2019uscita, compra un gessetto nel negozio di Karim. Karim lo guarda, curioso. \u201cFai il writer adesso?\u201d \u201cNo, devo\u2026 lasciare una risposta.\u201d<br> Sorride senza convinzione. Sotto le due frasi, tracciando piano per non tremare, scrive:<br>CHI SEI?<br>La mattina successiva, qualcuno ha risposto:<br>UNO CHE ASCOLTA.<br>Samuele ha la sensazione che qualcosa si sia spostato dentro di lui. \u201cUno che ascolta\u201d vuol dire vicino, presente, non lontano, non online. Un quartiere \u00e8 piccolo; le orecchie rimbalzano tra i cortili. Eppure nessuno parla, nessuno commenta. <br>Luca lo prende in giro: \u201cLa tua ammiratrice segreta.\u201d Sara lo guarda di traverso: \u201cO ammiratore.\u201d Ridono. Lui no.<br>Comincia a notare particolari. Le lettere sono allineate come se chi scrive prendesse il tempo. La \u201ce\u201d ha una pancia stretta, la \u201ct\u201d tagliata alta. Le frasi compaiono sempre con gesso bianco, tranne un giorno in cui, forse finito il bianco, la scritta \u00e8 in azzurro. IL CORAGGIO SI ALLENA. Azzurro come i gessetti usati dai bambini per disegnare sull\u2019asfalto. Sotto, un minuscolo sole fatto di linee rigide. Lo aveva gi\u00e0 visto, quel sole, disegnato su una copertina? Non ricorda dove.<br>Una sera decide di passare da Karim con una scusa. Il negozio sa di spezie e carta nuova. \u201cTi serve altro?\u201d chiede Karim, lanciando un\u2019occhiata alla chitarra. \u201cNo\u2026 cio\u00e8\u2026 i gessetti azzurri, li vendi spesso?\u201d \u201cOgni tanto. A bambini, a una ragazza che abita sopra. Ne prende un pacco ogni due settimane. Quella con l\u2019adesivo del girasole sullo zaino. Le dico sempre di non scrivere sui muri, e lei mi risponde che scrive sulle nuvole.\u201d Sorride. \u201c\u00c8 simpatica.\u201d \u201cCome si chiama?\u201d \u201cNon so, non ricordo. Forse Irene. O Ilenia. Una di quelle.\u201d<br>Irene. Il nome gli graffia addosso un ricordo. La presenza di una ragazza dell\u2019artistico con un quaderno nero, sempre sola sui gradini, che osserva la gente uscire. C\u2019era stata a una festa di fine anno, aveva provato a cantare un pezzo con il coro, ma la voce le si era spezzata dopo la seconda nota. Qualcuno aveva riso. Da allora, non l\u2019aveva pi\u00f9 sentita parlare.<br>\u201cNon fare il detective,\u201d si dice tornando a casa. \u201cSei ridicolo.\u201d Ma la mente corre pi\u00f9 veloce. Ripensa ai messaggi: uno che ascolta, il capotasto, il coraggio. Chi soffre di voce spezzata ti incita a suonare. Ha senso.<br>Quella notte piovve. La mattina seguente il muro \u00e8 luccicante e freddo. Eppure le lettere sono l\u00ec, intatte.<br> MARTED\u00cc PORTA LA CANZONE CHE TEMI. APRI CON QUELLA.<br>Sembra una sfida. Marted\u00ec, in effetti, ci sarebbe stata la serata aperta al bar di Karim, microfoni liberi, due canzoni per uno. Samuele ci va da ascoltatore da mesi, ma non ha mai messo il nome sulla lista. \u201cLa canzone che temi\u201d \u00e8 quella che chiude nel cassetto da tre anni, la prima che abbia scritto, cos\u00ec piena di cose vere da far paura.<br>Si iscrive. Lo fa spingendo il foglio verso Karim senza guardarlo in faccia. \u201cGrande,\u201d dice Karim, \u201cfinalmente.\u201d Le mani gli tremano, ma pi\u00f9 per un\u2019eccitazione che per il panico. Scrive un altro messaggio sotto quello del muro:<br>SE VIENI, BATTI DUE VOLTE SUL LEGNO.<br>La risposta arriva all\u2019indomani:<br>IL LEGNO ASCOLTA GI\u00c0.<br>\u201cCriptico,\u201d commenta Luca. \u201cRomantico,\u201d dice Sara. Samuele non commenta. Sente che sta correndo verso qualcosa, un centro, o un vuoto. E non sa se preferire l\u2019uno o l\u2019altro.<br>Marted\u00ec sera il bar \u00e8 pieno, le lampadine appese come stelle basse, i bicchieri che suonano. Samuele tiene stretta la chitarra. \u00c8 il quarto in lista. Respira. Sale. La mano gli si blocca giusto un attimo sul microfono. \u201cCiao,\u201d dice. La sua voce sembra di qualcun altro. \u201cSono Samuele.\u201d Guarda verso la vetrina che d\u00e0 sul muro. Non vede nessuno che batte sul legno, ma potrebbe non vederlo.<br> \u201cComincio con una canzone che non ho mai suonato.\u201d <br>Un paio di fischi di incoraggiamento, una voce \u201cdaje!\u201d. Parte. Le dita sanno dove andare. A met\u00e0 del ritornello, qualcosa si scioglie. Non sente pi\u00f9 il tremore alla gola, non sente pi\u00f9 i tavolini. Sente la canzone che lo attraversa, come se quello che aveva cercato di dire da anni fosse finalmente lasciato libero. Finisce. Silenzio di un secondo, poi applausi. Pi\u00f9 di quanti avrebbe pensato possibile. Karim sorride dietro al bancone. Luca fischia, Sara urla \u201cbravo!\u201d alzando le braccia. Samuele sorride senza riuscire a fermarsi.<br>Quando esce, l\u2019aria \u00e8 fredda e pulita. Il muro lo aspetta. Ci trova una sola parola, segnata con gessetto azzurro:<br>GRAZIE.<br><br><br>Scoppia a ridere, da solo, per la strada, sentendosi sciocco e leggero. \u201cDi niente,\u201d mormora al cemento. Poi si guarda intorno: pochi passanti, una coppia che litiga sottovoce, un ragazzo in bici, la serranda del negozio di Karim a met\u00e0. Sopra, al primo piano, il balcone con i vasi di basilico \u00e8 vuoto. Una tenda si muove appena.<br>Da quel giorno, i messaggi cambiano ritmo. Non sono solo incoraggiamenti. Sono indizi, piccoli dettagli. <br>IL GATTO BIANCO HA PI\u00d9 CORAGGIO DI NOI. <br>Il gatto bianco \u00e8 Briciola, la gatta che vive tra il cortile e la panetteria, che si infila sotto i tavolini del bar. <br>HO SENTITO LA NOTA CHE HAI STONATO E MI \u00c8 PIACIUTA. <br>Lo aveva stonato davvero, un Mi che gli era scivolato, eppure faceva parte della cosa. E poi: SE UN GIORNO TI SERVIR\u00c0, C\u2019\u00c8 UNA MANIGLIA SULLA PARETE DIETRO LA PIANTA. Samuele, curioso, scruta. Dietro al grande vaso di gerani della signora del primo piano, una maniglietta arrugginita appare davvero. La alza: un piccolo sportello di ispezione del condominio. Gli viene da pensare che, volendo, si potrebbe entrare. Non lo fa. Ma capisce che chi scrive conosce ogni angolo di quella strada, come chi ci vive.<br>Un pomeriggio, all\u2019uscita da scuola, si mette a osservare gli edifici intorno. Il primo piano sopra il bar, con la tenda che si muove sempre al minimo soffio: l\u00ec ci abita qualcuno che guarda molto fuori. Il secondo palazzo, quello di fronte, ha un balcone con uno sticker di un girasole sulla casella della posta. Sul gradino dell\u2019androne, un gessetto azzurro \u00e8 spezzato in due. Samuele lo raccoglie e si sporca i polpastrelli.<br>La sera, quando posa la chitarra, sente bussare piano alla porta. \u00c8 sua madre, gi\u00e0 pronta per il turno in ospedale. \u201cTi ho sentito,\u201d dice. \u201cEri\u2026 diverso. Pi\u00f9 forte.\u201d Lui alza le spalle. \u201cForse qualcuno crede in me.\u201d Lei lo guarda, incuriosita e stanca. \u201cE allora credici anche tu.\u201d<br>Il giorno seguente, decide che basta inseguire ombre. Passa da Karim a comprare una confezione di gessetti nuovi. Sotto l\u2019ultima frase, traccia con una calligrafia che cerca di imitare quella precisa dell\u2019Altro:<br>SE VUOI PARLARE, DOMANI ALLE 17. QUI.<br>Era rischioso, magari nessuno si sarebbe presentato. A volte, i misteri funzionano perch\u00e9 restano tali.<br>Alle 17 lui c\u2019\u00e8, appoggiato al muro con la chitarra a terra, le mani in tasca, il giubbotto troppo leggero. La strada \u00e8 viva: bambini con il pallone, signore con le buste della spesa, un signore con il cane che annusa ogni angolo. Passano le 17:05, le 17:10. Sta per sentirsi in ridicolo quando la tenda al primo piano si scosta e compare un viso. Due occhi scuri lo guardano, esitano, poi spariscono. Dopo un minuto, la porta del portone con lo sticker del girasole si apre. Una ragazza esce con un quaderno nero stretto al petto. Ha un cappello di lana e un giubbotto blu. Si ferma a tre passi da lui. Non parla. Sembra stia scegliendo le parole come chi impila bicchieri fragili.<br>\u201cIrene?\u201d dice Samuele, e le fa un cenno. Lei annuisce, appena. Gli porge il quaderno. Sopra, con una grafia ordinata, c\u2019\u00e8 scritto:<br>\u201cScrivo sul muro perch\u00e9 non mi esce la voce. Non sempre, almeno. Ascolto perch\u00e9 quando ho provato a parlare, una volta, mi hanno riso in faccia. Ti chiedo scusa se ho saputo cose che non avrei dovuto sapere. Il tuo pianerottolo d\u00e0 sul cortile. Il cortile rimbomba. Non ti spiavo. Ti sentivo. E mi sembrava di conoscermi, ascoltandoti.\u201d<br>Samuele la guarda e sente una cosa semplice: non c\u2019\u00e8 nulla di pericoloso in lei. C\u2019\u00e8 solo una timidezza spessa, come una coperta, e sotto un mondo che sussurra. \u201cPerch\u00e9 proprio me?\u201d chiede piano.<br>Irene abbassa gli occhi. Apre il quaderno su un\u2019altra pagina. C\u2019\u00e8 un disegno a matita: il muro, la scritta NON SEI INVISIBILE e un ragazzo con una chitarra e un cappuccio. Sotto, in piccolo: \u201cPerch\u00e9 l\u2019ho letto sulla tua schiena quando cammini.\u201d Scoppierebbe a ridere, se non gli venisse un groppo alla gola.<br>\u201cE tutti quei dettagli? Il capotasto, il gatto, la maniglia\u2026\u201d<br>Lei scrive veloce. \u201cLa mano che cerca sulle corde quando manca qualcosa \u00e8 la stessa mano che cerca le chiavi nella tasca sbagliata,\u201d annota, poi: \u201cBriciola dorme nel mio portone quando piove. La maniglia l\u2019ha trovata mio fratellino giocando a nascondino. Giriamo qui da sempre.\u201d<br>Resta un pezzo di silenzio. \u00c8 un silenzio che non pesa. Ogni tanto qualcuno li sfiora, senza farci caso. Irene, ad un certo punto, si morde il labbro e scrive: \u201cSe ti infastidisce, smetto.\u201d<br>\u201cSmettere di cosa?\u201d dice Samuele. \u201cDi scrivere? No. Per\u00f2\u2026 parliamo. Anche senza voce. O con voce quando c\u2019\u00e8.\u201d Sorride. \u201cMagari un giorno mi dirai anche una parola vera, dal vivo.\u201d<br>Lei alza le spalle, come a dire \u201cforse\u201d. Poi prende un gessetto dal quaderno e, con un gesto rapido, aggiunge sotto tutte le frasi:<br>A VOLTE SERVE UN MURO PER DIRE QUELLO CHE NON SI RIESCE A DIRE GUARDANDOSI.<br>Samuele, per la prima volta, non si sente osservato: si sente visto. Che \u00e8 diverso.<br>Da quel pomeriggio, i messaggi cambiano ancora. Cominciano a dialogare.<br> Un giorno Samuele scrive: \u201cCOME SI ALLENA IL CORAGGIO?\u201d e l\u2019indomani trova: \u201cUN MILLIMETRO AL GIORNO.\u201d Un altro: \u201cE SE TORNO INDIETRO?\u201d \u2013 \u201cTI ASPETTO QUI.\u201d Irene, a poco a poco, comincia a pronunciare una parola a settimana. \u201cCiao,\u201d la prima. \u201cOggi,\u201d la seconda. \u201cGrazie,\u201d la terza. Ogni parola le si sgretola in bocca come un biscotto troppo secco, ma lei la manda gi\u00f9.<br>Non tutti sono contenti. Un mattino, una scritta in spray appare pi\u00f9 in alto: SCEMI. Qualcuno ci ha messo rabbia. Samuele sente la vecchia tensione alla nuca, quella che lo accompagna quando incrocia Mirko e i suoi amici. Sta per grattare via la vernice con le unghie quando arriva Bruno, il bidello, con un secchio e una spugna. \u201cTranquilli,\u201d dice. \u201cCi penso io.\u201d Sfrega finch\u00e9 il nero sbiadisce. \u201cI muri sono di tutti, tanto vale usarli bene.\u201d<br>La notizia del \u201cmuro che parla\u201d comincia a girare. Non come pettegolezzo, non come chiacchiera velenosa, ma come piccola curiosit\u00e0. Qualcuno lascia un \u201cbuongiorno\u201d, qualcun altro un \u201coggi controlla il cielo\u201d, un bambino traccia un dinosauro. La prof Rinaldi, quella di italiano, scrive LE PAROLE FANNO CASE, e sotto i ragazzi cominciano a disegnare finestre. Mirko, passando, butta l\u00e0 un CHE NOIATE. Samuele lo vede fermarsi un secondo a guardare il dinosauro, poi proseguire a testa bassa. Forse non \u00e8 che un abituato al rumore non sappia ascoltare: forse nessuno gliel\u2019ha mai chiesto.<br>Un venerd\u00ec, Irene lascia un biglietto diverso, infilato tra i mattoni: un foglio piegato in quattro. Sopra c\u2019\u00e8 una mappa del quartiere, disegnata a mano, con segni, croci, rettangoli. \u201cHo fatto il catalogo dei posti con suono,\u201d scrive. \u201cQui le ruote dei carrelli fanno musica, qui le persiane sbattono in La, qui si sente il trenino della sera come un basso.\u201d \u00c8 la sua citt\u00e0 segreta, il suo spartito. Samuele lo tiene come si tiene una cosa preziosa, e quando quello stesso pomeriggio prende la chitarra e va al parchetto, prova a suonare con il ritornello delle persiane. Scopre che funzionano.<br>C\u2019\u00e8 un\u2019ultima domanda, per\u00f2, che gli gira in testa come una monetina mai caduta: il primo messaggio. NON SEI INVISIBILE. TI HO VISTO. Quando glielo chiede \u2014 \u201cCome sapevi che mi sentivo cos\u00ec?\u201d \u2014 Irene lo guarda a lungo, poi apre il quaderno. \u201cPerch\u00e9 prima di scriverti l\u2019ho scritto a me. E non bastava.\u201d Gli mostra una pagina con la stessa frase, ripetuta su righe intere. \u201cAvevo bisogno di dirlo a qualcuno che non ridesse. Quando ti ho sentito suonare, ho capito che forse eri tu.\u201d<br>A volte, le spiegazioni non sono pi\u00f9 complicate di cos\u00ec. Sono umane, e basta.<br>Arriva giugno. La scuola finisce come sempre finisce: con un miscuglio di sollievo e di paura per quello che viene dopo. Karim propone di dedicare un sabato al \u201cmuro gentile\u201d: \u201cPortate gessetti, colori, parole che tengano.\u201d La gente arriva con scatole, con bambini che si sporcano le mani. Samuele disegna cinque linee come in un pentagramma. Irene, con le mani ancora incerte, scrive sopra grande: QUI SI SUONA. Bruno porta una panchina. La prof Rinaldi appende un cartello: SI PREGA DI RISPETTARE LE PAROLE. Persino Mirko si avvicina. Esita, poi traccia qualcosa piccolo, quasi vergognoso. Samuele finge di non guardare, ma legge: MI HANNO BOCCIATO MA TORNO. Gli verrebbe da dargli una pacca sulla spalla. Non lo fa. Lascia che il muro risponda per lui. Irene aggiunge: TORNARE \u00c8 GI\u00c0 UN PASSO.<br>Quella sera, quando il sole si sdraia lungo i marciapiedi e l\u2019aria sa di pizza, restano solo loro due. Il muro \u00e8 una costellazione di frasi, disegni, errori, risate. Samuele fa scivolare la schiena contro i mattoni e si siede. Irene si siede accanto, le ginocchia al petto. Per un po\u2019 ascoltano il basso della citt\u00e0. Poi lei prende fiato. \u201cCiao,\u201d dice. La voce \u00e8 una scheggia chiara. \u201cCiao,\u201d risponde lui, come se fosse la prima volta.<br>\u201cPosso\u2026 dirti una cosa?\u201d chiede lei, con quella precauzione che usano quelli che temono di rompere tutto. \u201cSempre,\u201d dice lui. \u201cIo\u2026 avevo paura che, se mi fossi mostrata, avresti smesso di suonare. Che suonavi per qualcuno che non doveva avere un nome.\u201d<br>\u201cSuono per me,\u201d dice Samuele. \u201cMa sapere che c\u2019eri ha cambiato quanto forte suono.\u201d<br>Lei annuisce, guarda le punte delle sue scarpe. \u201cA volte,\u201d dice, e la voce qui quasi non esce, ma esce, \u201cti ho invidiato. La tua paura, anche quando c\u2019era, aveva un suono. La mia paura \u00e8 muta.\u201d<br>\u201cLo era,\u201d dice Samuele. \u201cAdesso sa dire ciao.\u201d Irene ride piano. \u00c8 un rumore bellissimo.<br>Prima di andarsene, lui prende un gessetto bianco. Pensa a tutte le parole passate, a quelle future, a chi passer\u00e0 di l\u00ec domani, tra un sacchetto della spesa e un cappuccino. Pensa a chi si sentir\u00e0 invisibile, a chi si vergogner\u00e0, a chi far\u00e0 il gradasso per coprire il buco al centro. Scrive lento, come aveva imparato guardando la calligrafia di lei:<br>SE TI SEMBRA CHE NESSUNO TI VEDA, LASCIA QUI UN SEGNO. TI VEDIAMO NOI.<br>Si allontanano insieme, senza toccarsi, poi al semaforo le loro mani si cercano un attimo e si trovano, timide, come due uccellini stanchi che decidono di posarsi sullo stesso ramo. Il quartiere intorno continua a vivere, a suonare bicchieri, a far scorrere biciclette. Il muro resta, con le sue frasi nuove e gi\u00e0 un po\u2019 consumate.<br>La mattina dopo, Samuele torna come sempre. Il pane profuma, la benzina graffia, le foglie pendono. Sul muro, sopra a tutto, una riga sottile in gessetto azzurro dice:<br>CI SONO.<br>Lui appoggia le dita alla pietra. \u201cAnch\u2019io,\u201d sussurra. E passa, con la chitarra in spalla, dentro un giorno nuovo.<br><\/pre>\n","protected":false},"excerpt":{"rendered":"<p>IL MESSAGGIO SUL MUROLa strada che porta alla scuola, a quell\u2019ora, sa di pane caldo e benzina. Samuele abbassa la testa dentro il cappuccio e cammina svelto, la chitarra in spalla come un segreto che pesa. Ogni mattina passa davanti allo stesso muro grigio, quello a fianco al bar di Karim. 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