MIRAMARE
Nella notte inquieta che
confonde il cielo con il mare
sento le acque spumeggiare
lì sotto, nella piccola baia
dove onde selvagge schiaffeggiano
la riva e gli scogli accolgono
inerti e saldi tanto fragore
Tutto tace intorno
perfino il treno fugge sul velluto
intimorisce il vento
che brutale spadroneggia
non dà tregua e sfoga
la sua repressa rabbia
spettina fronde
scompiglia rami
che all’impeto piegano
e cedono al feroce turbinio
e noi restiamo qui
inermi e inetti spettatori
ad ascoltare
l’infinita sinfonia della natura
Basterebbe così poco
ad abbracciare il mare
per l’eternità
e.p. 2d.Pke 2 agosto 2021
NON È SOLO DESTINO
Non è solo destino
“Ciao amore, ci vediamo stasera
prenderò io il pane,
buon giornata”
Non vedrà mai la sera
quel giorno
non lo prenderà nessuno il pane
quel giorno
non arriverà mai alla fine
quel giorno
Morir di lavoro
non è solo il destino
NON VEDO IL MARE
La chaise longue sotto il gazebo
un caffè freddo con ghiaccio
sul basso tavolino in ferro
occhiali scuri e la brezza
che a tratti accarezza la pelle
scottata dal primo sole importante
Cerco la musica della risacca
il profumo dell’onda
con la voce del mare che canta
sempre la stessa melodia
che va e ritorna
e ancora torna e se ne va
e ancora e ancora e ancora …
nel suo moto perpetuo
che mai non trova fine
E invece
invece
è la fantasia che galoppa
il mare lo vedo in un miraggio
confinato io nel misero spazio
del giardino di casa
Lascio che corra la fantasia
lascio cadere i desideri
lascio dormire l’anima
lascio morire ogni speranza
che speranza più non ne trovo.
UNA CIMA SPEZZATA
Una cima spezzata galleggia …
ciò che resta di abiti lerci
bottiglie vuote
qualche pannolino usato
di bimbi che non cresceranno
tutto sparso dentro i rottami
d’una barca che portava speranze
Fantasmi di vite
annegate con il loro futuro
poveri cristi traditi
dai Giuda che li guidava
rinnegati e respinti da chi
rifiuta il messaggio evangelico
e rispolvera dispotiche nostalgie.
VERSO PARIGI
Era quello il quarto anno che prendeva quel treno da solo.
Ogni anno, dall’età scolare, le sue vacanze estive le passava in Francia dallo zio, fratello di mamma. E a parte l’anno della licenza elementare, quando con i suoi usarono l’auto, tutti gli altri anni viaggiò sempre in treno; i primi tempi da seduti, poi, non ricordava bene da quando, di abitudine si prenotavano le cuccette, nei più economici scompartimenti da sei posti.
Il viaggio lo affascinava ogni volta, gli riportava alla mente il mitico Orient Express il cui itinerario, in tempi remoti, univa Londra e Istanbul.
Negli ultimi anni quel treno, partendo da Trieste e con destinazione Parigi, portava comunque il suggestivo nome di Simplon Express. Dodici/tredici ore di viaggio quasi tutte in notturna, dato che la partenza dalla sua città avveniva attorno alle venti, con arrivo alla Gare de Lyon di Parigi tra le nove e le dieci del mattino successivo.
Era normale che si viaggiasse al completo, per cui la sistemazione di bagagli e passeggeri, data l’esiguità degli spazi, richiedeva spesso comiche acrobazie, che potevano durare anche alcuni minuti, alla ricerca del miglior assetto possibile. Nel frattempo, il controllore passava per il ritiro dei documenti di viaggio, che avrebbe restituito ai passeggeri la mattina dopo, poco prima dell’arrivo a destinazione. Assolte queste incombenze, finalmente si installavano, ognuno al proprio posto.
Negli anni si avvicendarono tutte le tipologie di viaggiatori, italiani e stranieri: chi si immergeva solitario nella lettura, chi chiacchierava fitto fitto; a volte qualche coppietta in viaggio di nozze che amoreggiava pudicamente.
Altri tempi.
Ad una cert’ora, il controllore ritornava per l’allestimento delle cuccette con le dotazioni di servizio: lenzuolino, coperta e guanciale; estate e inverno, sempre uguale! E nei primissimi anni ricordava anche improvvisi risvegli notturni per il controllo bagagli senza che, almeno nei suoi, venisse mai rilevato alcunché di strano.
Potendo scegliere, di norma preferiva una cuccetta inferiore o di mezzo; in piena notte, mentre gli altri dormivano, a volte anche rumorosamente, la sua passione era scostare la tendina e sbirciare fuori dal finestrino, accompagnato dal ritmico clangore delle ruote sui binari.
Ammirava quel panorama in teoria sempre uguale, ma per lui ogni volta magicamente fonte di sorprese, curiosità, di pensieri e di immaginazione.
La prima tappa importante era a Milano.
Raramente il treno entrava nella stazione Centrale, poiché il viaggio non prevedeva cambi di treno. Più spesso la sosta, anche piuttosto lunga, era Lambrate; rallentando, vedeva bene gli enormi palazzoni della periferia della città, e se vi erano finestre illuminate cercava di immaginare cosa si svolgesse dietro quei vetri . Quali storie familiari si dipanassero, che lavori potessero svolgere gli abitanti di quelle case. Spaccati di vita che non avrebbe più rivisto.
Lungo le strade cittadine, a quell’ora, poche davvero le auto in circolazione.
Oltrepassata la grande città, si appisolava, in attesa di arrivare in prossimità del traforo del Sempione; non c’era davvero nulla da vedere se non un lungo budello buio, più nero della notte.
Ciò che lo elettrizzava era il rimbombo dato dal passaggio del treno, specie quando per fatalità se ne incrociava un altro in senso contrario, con i finestrini che tremavano all’improvviso per lo spostamento d’aria. E poi, quando sbucava dall’altro lato del tunnel si apriva un nuovo panorama straordinario, ancora più incantevole se illuminato dalla luna piena.
Si entrava in Svizzera, con le sue fantastiche montagne a far da corona.
D’inverno, con la neve, era normale che i rumori arrivassero attutiti, in sordina. Ma perché provava la stessa sensazione anche d’estate? Anche in quella stagione percepiva i suoni notturni ovattati, come se il treno temesse di disturbare il sonno degli abitanti, scivolando lieve sopra i binari.
Poi, finalmente, cullato dal ritmico andare, il sonno prendeva il sopravvento e le rimanenti ore della notte scorrevano via leggere.
Al mattino presto la riconsegna dei documenti dava la sveglia, e lo scompartimento si animava nuovamente. Sparivano le cuccette, ribaltate a parete, e i passeggeri si accomodavano nei posti a sedere, alternandosi verso le due toilette, poste a capo del vagone, per una rapida rinfrescata.
Comparivano i contenitori per il caffè e qualche cestino con il minimo per una veloce colazione.
Dal finestrino il panorama cambiava nuovamente. A perdita d’occhio distese di campi coltivati o di vigneti, dai colori variabili a seconda del periodo. Il lento fluire di un fiume con le grandi chiatte da trasporto. Piccoli agglomerati dalle tipiche abitazioni, uniformi nel loro stile, davano identità ai luoghi attraversati.
Non si stancava mai di ammirare tutto ciò, cogliendo le differenze tra i diversi territori che via via si susseguivano. E gli odori. Aveva coniato un suo etimo per definire quelli provenienti dal treno. Li definiva odori di ferro maturo, neanche fosse un frutto!
Non mancava un altro punto di riferimento.
Quando, da lontano, si avvicinava l’enorme scritta di Melun, significava che ormai il viaggio si avviava alla conclusione.
Il treno allora rallentava, a terra era tutta una ramificazione di binari e scambi, su un fondo acciottolato nero della fuliggine di centinaia di viaggi attraverso gli anni, quando ancora le carrozze erano trainate da locomotive a carbone. Ormai dismessi i mastodonti neri sbuffanti, i moderni locomotori erano tutti elettrificati.
Il passaggio sugli scambi, a bassa velocità, scuoteva le persone da una parte all’altra, mentre queste riempivano il corridoio di valigie, pacchi, scatole, accalcandosi verso le uscite, intanto che lentamente il treno, fischiando a ripetizione, annunciava il proprio arrivo.
La stazione non era di passaggio ma un terminal, come Santa Lucia a Venezia, l’unica che lui conoscesse. La corsa finiva lì e tutti dovevano scendere. Si chiedeva dunque perché, se appunto nessuno sarebbe rimasto a bordo, ci fosse quella insana frenesia. Era tutto uno spingere, col rischio che qualcuno potesse cadere dai ripidi e stretti predellini.
Un po’ di calma e pazienza, che diamine!
Sceso dal treno, la sua piccola valigia di cuoio in mano, non poteva non volgere il naso all’insù. Ad ogni viaggio ammirava l’enorme cattedrale Art Nouveau, che abbracciava quegli immobili serpentoni dalla pelle ferrosa ed il brulicare incessante e continuo di centinaia di persone.
Pareva dargli il benvenuto. Gli diceva finalmente, ti aspettavo, ora ci sei.
Ma qualcuno, da dietro, lo sollecitava vero l’uscita, indifferente alla magia che la grande struttura gli dava.
Una volta fuori, non poteva, di nuovo, non attardarsi a stupirsi per tanta bellezza.
Si, perché davvero, come una grande cattedrale, anch’essa aveva il suo affascinante campanile, con l’enorme orologio sui quattro lati.
E di nuovo lì fuori l’eccitazione dei viaggiatori, alla caccia di un taxi, compresi i parenti con i quali, per le prime volte, aveva affrontato il viaggio. Quasi sempre si trattava di una Peugeot 404 nera con il tettuccio rosso, che ben aveva imparato a riconoscere, oppure una più lussosa Citroen DS, dagli interni grandi, morbidi e accoglienti.
Dai tu l’indirizzo, gli dicevano, e d’ora in poi, qui in Francia, dimentica l’italiano.
Ci aveva fatto l’abitudine e ora, da solo, dopo tanti anni, non aveva più bisogno di essere sollecitato.