Jessica Mantovani

L'Eco delle Parole

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Poesie

Fragranze Straniere

Viene dall’Oriente
questo profumo che inebria la mente.
È l’aroma speziata della veste
che infastidisce il maschio
e fa decapitare le teste.

Tra luci e confusione
attorniata da cravatte sornione
vagabonda solitaria
la minigonna stretta e la gamba a mezz’aria.

La contraddizione sbandiera
una gelosia morbosa e passeggera;
zoppica il tacco liberale
e suona la sirena
sotto una stellata Occidentale.

È timida e illibata
la grazia dell’infanzia sognata:
la infanga l’umano
con un volo proveniente da lontano;
la sporca lo straniero
con il soldo
in uno stanzino buio e nero;
la deturpa il viaggiatore,
spoglia fanciullezza oltraggiata,
seme e trofeo di una maschilità disgraziata.

Indossa la Dignità

Capo fitto sulla tazza
assillata dai sussurri amari della piazza,
rigurgita ansia e pensieri divoranti
che si fanno strada nelle torture più massacranti.

Un dolore al petto
si fa scudo buttandosi sul letto,
un trauma in testa
colpevole di aver alzato troppo la cresta.

Piange lacrime salate sopra un cuscino che puzza di omertà
si asciuga guance bagnate prive di sincerità.
Accusa alle spalle un colpo violento
ma la scusante è che tira forte il vento.

Giunge l’ora dell’infusione
è impetuosa e veemente la tensione.
Non c’è spazio per soffrire.
Al suo ritorno spera il vento si sia placato
per poter dormire.

Sapore disgustoso in fondo alla gola,
è vomitevole pensare che durerà fino ad allora.
Inappetente e frustata è la condanna dell’attesa,
svuotata e inerme è il tornaconto della pretesa.

Il disinfettante sulla ferita
mostra allo specchio una sutura ammorbidita.
Vorrebbe sorridere al suo riflesso
ma si ode lontano l’urlo del possesso.

È la battaglia dei morti viventi:
forze profuse per reggersi in piedi
destini ammaccati da una piaga senza rimedi.

Un liquido caldo le fonde le vene
ma rosso di rabbia
lo riversa a terra
insieme alle sue pene.

Lo copre di polvere
quello zigomo nero,
fa a botte con le occhiaie
per le pastiglie ingurgitate al veleno.

Raccoglie gli stracci
insudiciati e odorosi
di un male oscuro,
mortale come il cianuro.
C’è vento debole quel giorno
ma presto l’uragano sarà di ritorno.

Una poltrona rialzata
una sacca salvavita agganciata.
Signora posso? interviene l’aiuto.
Un fiocchetto rosa sulla giacca di velluto.
Non ti preoccupare! bisbigliano le amicizie.
Un turbante colorato copre la calvizie.
Indossa queste! rincara la fiducia.
Scarpe rosso porpora ai suoi piedi
per calpestare con dignità
il dolore di ieri.

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