Quel giorno il sole non accennava a uscire. Era rimasto a dormire nella fitta nebbia mattutina. Bianchina non ci pensava a mettere il muso fuori dalla porta ma sapeva che era una guerra persa con la sua signora.
In piedi di buon’ora, la padrona era solita aprire porte, serrande e finestre mentre, tenue, s’infiltrava la luce dell’alba; dell’atmosfera notturna nulla restava imprigionato tra le mura domestiche. Arieggiare avrebbe aiutato a far scappare i demoni della notte, così ripeteva. Il camino acceso garantiva il tepore all’ambiente interno e Bianchina, con lo sguardo assonato, l’ascoltava borbottare nel passaggio da una stanza all’altra.
Quel nasino bagnato rimase sotto coperta, dentro una cesta in vimini, fin quando il guinzaglio che tintinnò, la costrinse a cacciar fuori il muso, capendo che era giunta l’ora di uscire.
Bianchina era una siamese dalle zampe di un grigio appena sfumato con points dalla colorazione blue tabby localizzati su coda, orecchie e maschera. Gli occhi di un azzurro profondo ne siglavano lo sguardo magnetico e affascinante. Quel mantello bianco-ghiaccio, sottile e setoso, le avvolgeva il corpo come un cappottino chic, donandole lucentezza mentre si faceva largo tra i randagi del quartiere. Il corpo longilineo mostrava eleganza in ogni movimento.
Era fedele alle cure della sua padrona che spesso consolava con la sua dote comunicatrice. Era in grado di modulare chiaramente la sua voce, in base alle esigenze e la signora si sentiva ascoltata. Avevano instaurato una comunicazione privata fatta di gesti, sguardi, metodiche ripetitive e silenzi, e dentro quelle quattro mura, vivevano in simbiosi il lento scorrere delle giornate invernali.
In realtà, la siamese, aveva trascorso i suoi primi anni di vita nella casa del vicino, il signor Giuseppe, il salvatore dei gatti. Così era soprannominato perché già in tempo di guerra, si diceva avesse creato un rifugio per queste creature in una cascina in aperta campagna. Si raccontava si fosse fatto carico di una cinquantina di randagi e offrisse loro quel poco che l’alimentazione giornaliera garantiva. Negli anni della deportazione nessuno fece più caso al rifugio abbandonato, ma al suo ritorno fu accolto da un miagolio di una cinquantina di pelosi che lo riconobbero e non lo lasciarono più. Tra le balle di fieno, in una botola sotterranea, fece capolino una testolina coperta da un baschetto. Era un orfano, di circa dieci anni, che si nascose terrorizzato dai raid, dal rimbombo dei fucili, delle bombe e dalle torture. Come fece a sopravvivere Giuseppe non riuscì mai a capirlo, ma davanti quello sguardo terrorizzato, e lui stesso con ancora indosso i pochi indumenti stracciati, che riuscì a rubare dai corpi agonizzanti, non poté far altro che raccoglierlo, stringerlo e portarlo a casa con sé. Vissero così per anni, nella quiete e nel silenzio di ciò che a modo loro si portavano dentro, incapaci di esprimersi e traumatizzati dal vissuto. Il piccino, così lo chiamò Giuseppe, perse l’uso della parola; lui, invece, rimase ipoacusico a causa dei bombardamenti e amputato in un arto per via di una pallottola conficcata nella gamba. Il suo unico sbagliò fu cercare di aiutare il compagno di cuccetta, mentre moriva di stenti spingendo il carro pieno zeppo di cadaveri, destinato ai forni crematori.
Il Piccino morì giovane in preda a una febbre altissima. Il medico gli diagnosticò una polmonite e dopo giorni di delirio, con temperature che raggiungevano i 41ºC, si accasciò su un lato del cuscino, inumidito da una sudorazione profusa, mano nella mano con Giuseppe, che stringeva le coperte tra i denti, in un pianto disperato, impossibilitato a sentire lo strazio del suo dolore.
Bianchina fu cresciuta dal salvatore dei gatti quando lui era già in età avanzata e gli rimase accanto fin quando non fu più in grado di badare a se stesso e la malattia lo costrinse al ricovero in struttura.
Lia, che si era fatta carico dei bisogni del vicino fino alla fine, se l’era adottata fin da subito come la sua bestiola, facilitando poi la convivenza nella nuova dimora.
In realtà Lia non aveva mai parlato molto con il mondo. Forse poco o niente. Si era adoperata per aiutare il dirimpettaio perché aveva conosciuto, ahimè, il bisogno d’aiuto, la misericordia e la protezione, nelle vicende brutali e disumane cui la vita l’aveva costretta.
«Su Bianchina, il pane caldo ci aspetta!»
E si avviarono verso il panificio che poco distava dal centro. Era l’attività storica del paese, tramandata di padre in figlio. La bottega metteva ancora da parte le pizze per i ragazzini, in attesa dell’autobus e i panini caldi per il break dei lavoratori, alla pausa pranzo.
Lia e Bianchina arrivarono prima di quell’andirivieni chiassoso; i lampioni ancora accesi sul far del giorno le accompagnavano nell’ombra e il profumo di pane bussava alle porte dei compaesani. Quell’ora primordiale non la costringeva a dover salutare troppi passanti e regalava un misero significato alla parola “vita”: un sostantivo dal contenuto acerbo, cancellato da un timbro, su un documento stracciato e archiviato in un’età prematura.
Poco le importava dei gridolini e delle risatine che riecheggiavano alle spalle, provenienti dai bulletti del quartiere: pregava Iddio che un giorno potessero capire la fortuna che li battezzava la mattina, mentre Bianchina li superava con altezzosità non considerando il loro miagolio emulato.
La padrona era presa di mira perché vestiva fuori moda, stravagante, o meglio, gli indumenti sembravano indossati a casaccio. Senza gusto e abbinamento alcuno. Per la verità, con il suo essere chiuso, taciturno e spesso a capofitto, appariva pazza, ma il suo tono gentile nell’eloquio si scontrava con il vestiario bizzarro. Pochi conoscevano la sua storia e pochissimi osavano chiedere. Non era solita ricevere visite, tanto meno chiedere aiuto, sebbene in caso di necessità si prodigasse per chiunque. Il carattere introverso non la aiutava ad aprirsi e il suo essere bislacco metteva soggezione, creando distanza con i soggetti esterni.
Portava un copricapo di lana grigio, che copriva le orecchie, tramutato d’estate in un fazzoletto di seta annodato al collo. Nessuno sapeva quanto lunghi fossero i suoi capelli. Esponeva solo il volto. I tratti disegnavano lineamenti armoniosi ma poco curati. Le labbra ben definite, le ammorbidiva solo un balsamo fruttato. La pelle cadente lasciava poche spiegazioni delle cicatrici sopra le tempie, e quella nascosta appena sotto lo zigomo. Solo gli occhi, di un azzurro cielo, erano ancora in grado di trasmettere segnali. Erano messaggi poco rassicuranti, persi in uno sguardo diffidente che lasciava trasparire, senza specificare, le atrocità subìte passivamente. Qualcosa in paese ci vociferava da sempre ma le chiacchiere non avevano mai trovato risposte certe.
Il bancone con i vassoi e le ceste in ordine, come sempre, erano invitanti ma la moneta in tasca era pochissima e Lia doveva fare i conti con le spese mensili e quel poco di pensione che lo Stato le accreditava sul conto. Una retta minima, perché non aveva ricoperto per intero la durata lavorativa: la salute l’aveva costretta a un riposo anticipato, ma ciò che indignava maggiormente era il non essere mai stata ricompensata della cattiveria cui, lo Stato stesso, l’aveva sottoposta. Nulla, non una scusa, né privata, né pubblica, come se tutto quel dolore l’avesse meritato per davvero.
Gina, la moglie del panettiere, la accolse con il sorriso:
«Signora Lia, buongiorno! Il solito?»
Lia rimase con gli occhi fissi alla vetrina mentre accennava un silenzioso assenso. Poi fece cenno al vassoio della pizza e ne indicò una con il dito. Gina colse subito la richiesta e confermò a voce alta:
«Ne basta un pezzo Lia?» e il capo s’inchinò in un sì.
Quella settimana c’era del fervore nell’aria, l’argomento era di dominio pubblico e interessava tutto il paese. Anche in negozio i commenti non mancavano e qualcosa Lia aveva captato dall’udito nascosto sotto il berretto. Entrò Carla, l’anziana storica che viveva a fianco alla chiesa, passò accanto a Lia e senza parlarle le appoggiò una mano sulla spalla. Un gesto rispettoso e al contempo affettuoso che Lia accettava sempre con piacere, senza esporlo pubblicamente.
Intenta con una mano a estrarre gli spiccioli dal portamonete e con l’altra a stringere il guinzaglio di Bianchina, intravide con la coda dell’occhio l’accenno di Gina che bloccava la somma del conto.
«Lasci Lia, la pizza gliela offro io!» e avvicinandosi con il busto, superando il registratore di cassa, in un bisbiglio la informò:
«Ha sentito che riaprono le porte del manicomio? Che Dio ce ne voglia!»
Lia rimase immobile, non respirò e non rispose. Contò le monete e le porse sulle dita della panettiera. Gina, mentre incassava, proseguì nell’intento, forse, di riuscire a cogliere qualche espressione sul viso della cliente.
«Dicono», sussurrò, «che certi ragazzi stiano facendo ordine tra le rovine e l’associazione porterà alla luce la storia dell’edificio. Il signor Claudio che ha fatto un giro in bici attorno al cortile, giovedì scorso, ha spifferato al bar che ha intravisto vecchi armadi aperti e ancora vestiti dentro il cellophane!»
S’interruppe un istante soltanto:
«Ciao Cristina! Dì alla mamma che sono pronte le ciambelle che voleva!»
E un secondo dopo tornò da Lia, avvicinandosi sempre più per non farsi sentire dalla restante clientela.
«E Marco, il figlio dell’infermiera che lavorò dentro all’epoca, Laura mi pare si chiamasse, dice che ha raccontato lui, ai soci, le scene disperate di bambini indemoniati che il personale era costretto a legare! Su testimonianza della madre, ovviamente. Per l’amor di Dio, quelli hanno deciso di risvegliare i fantasmi!»
Lia, impassibile alla presenza di Gina, ma sicuramente scossa dalle parole che aveva incamerato, girò i tacchi e uscì senza salutare, come ogni giorno.
Laura! Laura! Quella comare si era lasciata sfuggire un nome e Lia non riusciva più a fare a meno di ripeterlo. Sembrava un incubo che tornava realtà.
Camminando, Bianchina calpestò un volantino che riportava l’avviso della mostra. Lia si accucciò e lo raccolse. Un’occhiata fugace ma era umido e le scritte non si leggevano bene. Lo mise in tasca e si diresse a casa.
Una volta tornate, la signora appese il volantino al camino fin che fu asciutto e Bianchina riprese posto dentro la cesta. Le erano concesse due orette di sonno mentre Lia estraeva il quadernino ingiallito dal cassetto e riprendeva le annotazioni: articoli di giornali sparsi sul tavolo, fogli con appunti scritti a penna, visibilmente datati, nomi riportati sugli angoli delle pieghe e foto in bianco e nero infilate tra la copertina e l’ultima pagina. Quanto vecchia fosse quella raccolta era difficile dirlo; certamente era qualcosa cui teneva particolarmente perché l’impegno nell’aggiornamento negli anni era stato particolareggiato e costante.
Il pomeriggio fu occupato dalle faccende domestiche; Bianchina la interrompeva con qualche miagolio e impostarono così conversazioni sui temi più disparati. Venne sera presto e le fiamme scaturite dall’ardere della legna illuminavano il soggiorno, mentre fuori la temperatura iniziava a scendere. L’inverno era malinconico e caloroso allo stesso modo: il buio si annunciava nel primo pomeriggio e risvegliava l’indomani, offrendo paesaggi biancastri, e gelati in superficie. Il calduccio, invece, riscaldava il cuscino sulla seggiola a dondolo, dove Lia amava leggere, coprendo le spalle, già avvolte dallo scialle, come un panno caldo; diffondeva tra il mobilio, le coperte e sulle tende un odore di fuliggine, abbracciando il tutto con protezione famigliare.
Quella sera, mentre la tv emanava un ronzio di sottofondo, lesse quel volantino che con cura asciugò. Pubblicizzava una mostra all’interno di quella struttura poco fuori paese. Sullo sfondo, immagini macabre erano sfumate a matita; in primo piano invece, alcune righe di spiegazione e gli orari di apertura. Dentro di sé era tentata a far visita a quel posto, a quel tugurio, a quella casa degli orrori. Non sapeva nemmeno definirla. Serviva coraggio per entrare da quella porta, si disse, anche se significava riaprire vecchie ferite. Non poteva lasciare voce a chi di quelle stanze non ne aveva mai annusato l’odore.
Certi ricordi erano rimasti vivi e facevano male, forse più d’allora.
Gli orari feriali si addicevano a spazi temporali nei quali la maggior parte della comunità sarebbe stata al lavoro. Probabilmente sarebbe riuscita a evitare la calca di qualche visita guidata.
Come se si potesse spiegare da volantino il dolore che s’impregnò su quelle pareti!
E rammaricata chiuse gli occhi, coprendoli con i palmi, nel tentativo di allontanare scene che tornavano ricorrenti nella sua mente. Bianchina capì subito e le passò fra le gambe, innalzando la coda, massaggiandola e attirando la sua attenzione con un dolce gnaulio.
La notte non fu tranquilla, si girò e rigirò nel letto; ogni sonno era interrotto da una scena di terrore, urla strozzate in gola, incapacità di muovere un solo dito, sudorazione nel tentativo di riaddormentarsi. La notte era traumatica, presenze funeste infestavano le stanze, o forse solo la sua mente ed ella, ingabbiata in quei ricordi, si sentiva soffocare.
Bianchina, ai piedi del letto, russava silenziosamente. Era l’unica certezza che accarezzandola, la tranquillizzava. Assumere qualche goccia di tranquillante sarebbe stato utile, ma conosceva bene gli effetti di quella porcheria e preferiva convivere con l’insonnia e la siamese che le donava amore a ogni sguardo.
L’indomani decise che aveva un appuntamento con se stessa. Dopo il caffè caldo e qualche biscotto felino depositato nella ciotola accanto alla cesta, Lia e Bianchina, alle nove puntuali, si trovavano alla fermata dell’autobus. Gli orari non erano mai cambiati: sempre gli stessi da quando era bambina e l’attesa avveniva sempre sotto la tettoia arrugginita, impiantata al lato della strada principale. Si trattava di un paesello con poco più di tremila abitanti; una strada arginale che costeggiava un canale e giù dall’argine, case indipendenti, perlopiù vecchie cascine ristrutturate, dislocate a distanza l’una dall’altra, che coprivano la vasta pianura verdeggiante. Il fulcro della quotidianità era animato da qualche negozio nella piazza centrale; una farmacia, una tabaccheria, un asilo, alimentaristi ormai in pensione che continuavano a fornire un servizio per gli anziani in difficoltà negli spostamenti. Anche il distributore di carburante era stato chiuso e impiantato nel comune vicino. Gli autobus facevano la spola tra le comunità che distavano di qualche kilometro l’una dall’altra, seppur con orari ridotti. I più giovani erano costretti a utilizzare l’auto e, raggiunta la maggior età, si trasferivano definitivamente. I residenti storici, la maggior parte in età avanzata, godevano ancora delle due ruote: non era la nebbia invernale a frenare l’uscita per le commissioni, tanto meno l’afa di luglio impediva una biciclettata lungo le sponde di rami minori del fiume Adige, canali e scoli, che caratterizzavano il territorio campagnolo immerso nella distesa della Pianura Padana.
Così, non di rado, s’incontravano donne dalle lunghe gonne, a cavallo di una Graziella, con il sacchetto del pane fresco nel cestino, o il mazzolino di fiori per far visita al defunto in cimitero. Il bar del circolo accoglieva i pensionati per la partita a carte pomeridiana, tra un gotto di vino e un bicchier di spuma. Le bestemmie coloravano le conversazioni insieme ai ricordi di un tempo. Era gente cresciuta nei campi con la povertà addosso; lavoratori dediti alla terra da tutta la vita e ancora conservavano, dietro casa, quel pezzetto di orticello che garantiva quantitativi sufficienti di verdura da dividere con figli e vicini. Portavano sulle spalle le fatiche dei sacchi quando il muletto per i trasporti non esisteva; ore e ore di piegamento sulle ginocchia per la raccolta dei frutti e retribuzioni che spesso si barattavano con una bestia, per sfamare la famiglia tutto l’anno. Gente che visse gli anni del dopoguerra, senza vizi e ambizioni ma costretti al risparmio e alla divisione dei beni. Le donne partorivano in casa con l’aiuto dell’allevatrice e le vicine arrivavano in aiuto con doni per il nuovo arrivato e cibo per la partoriente. Alcune si garantivano supporto a vicenda attaccando al seno pure i figli delle altre, quando le circostanze non permettevano un nutrimento adeguato. Erano costrette al lavoro fino al termine della gravidanza. Qualcuna abortiva sottoposta alla pesantezza delle mansioni agricole, altre accusavano le doglie nel bel mezzo di un campo di grano, quando il sole era alto e le spighe si tingevano d’oro. I figlioletti, a casa, imparavano ben presto il senso d’accudimento e fratellanza, badando ai più piccoli, in assenza dei genitori. L’avvio alle mansioni contadine iniziava presto, costringendo la maggior parte della popolazione all’analfabetismo, ma la manodopera era basilare per sostenere la famiglia; l’essenziale era saper apporre la propria firma. Alcuni, purtroppo, nemmeno quella. Non esistevano mass media e giornali scandalistici; a malapena la tivù, anche se era più diffusa la radio. Le notizie arrivavano dopo giorni, spesso non arrivavano del tutto. Gli unici scoop che giravano sulle bocche dei compaesani toccavano storie vere appartenenti a famiglie del luogo; fandonie di violenza o mezze frasi riportate, allargate e ingigantite pur di mettere il personaggio al centro dell’attenzione. Anche al lutto era riservata la sua importanza, con riti usuali da dover rispettare, per dimostrare il dolore alla cittadinanza. Era di uso comune stendere un lenzuolo nero penzoloni dai davanzali, in simbolo di decesso nella famiglia, anche se la notizia era già corsa tra le orecchie dei parrocchiani.
In mancanza di maturità culturale e civile, diveniva certa la diffusione di credenze popolari: appartenevano a usi e costumi, simbologie o leggende tramandate nelle generazioni. Così, come la gravida non doveva indossare collane per evitare che il cordone ombelicale si annodasse al collo del nascituro, si relegava la cura dei menomati all’uso della camicia di forza o alle sedute di elettroshock, per guarire la parte malata del cervello. E proprio in quell’atmosfera lugubre e cupa, di chiusura totale verso il mondo, dilagò l’internamento come unica metodica possibile d’intervento sul disagio psichico.
Figli nati con disagi fisici, prematuri con iperattività, reduci di guerra traumatizzati sui campi di battaglia, malnutriti, anziani con demenza, personaggi dalla sessualità ambigua e depressi furono indirizzati al manicomio con la credenza, probabilmente degli stessi sostenitori, che fosse il luogo di cura più adatto per quel tipo di patologia. Solo dopo anni, i retroscena offrirono la vera versione sulle cure psichiatriche attuate in quelle strutture.
Nel frattempo la gente fuori mormorava e la famiglia del malato interrompeva i rapporti e chiudeva le finestre: la sventura che si era abbattuta sulla loro casa era una vergogna da coprire. Nessuno chiedeva ma tutti sapevano.
Lia e Bianchina presero l’autobus poco prima delle nove. L’autista non fece caso alla siamese al guinzaglio, la conosceva da vecchia data. Ogni qualvolta Lia utilizzava il servizio pubblico per recarsi in qualche ufficio o negozio in provincia, l’autista le ripeteva che era più educata la siamese di qualche abbonato. Avrebbe preferito guidare un trasporto per animali piuttosto di certe corse con carichi di studenti indisciplinati e arroganti, come li presentava la società nell’era moderna.
La signora e la felina arrivarono all’entrata della mostra un quarto d’ora dopo l’apertura dei cancelli. Alcune targhe erano rimaste intatte, solo un po’ ammaccate dalle intemperie ma di sicuro originali.
Quella scritta Manicomio le faceva ribrezzo. Varcata la soglia del cancello, l’area si espandeva per ben ventidue ettari di terreno. Era percorsa da due kilometri di viali alberati immersi in un parco secolare. Si guardò attorno: la fine dei viali era offuscata dal grigio della nebbia. Tutto taceva. Si udiva solo il cinguettio solitario di qualche volatile. Sentiva freddo, dentro e fuori quella giacca di lana rosa, lunga fino ai piedi, che era solita indossare. Era derisa per questo; i ragazzacci le chiedevano se avesse infilato l’accappatoio. Non potevano sapere quanto gelo l’avesse invasa fin dentro le ossa per tutti gli anni dell’adolescenza.
La struttura era dislocata a forma di cavallo, per il volere dell’ingegnere che, insieme all’amministrazione provinciale, la ideò nei primi anni del novecento. Il frenocomio, così era chiamato in origine, doveva essere uno stabile isolato e separato dalla società, in una periferia desueta, tesa all’ascolto del silenzio bombato delle camerate blindate. La comunità di Granzette, una piccola frazione, delimitava sulla mappa i territori appartenenti alla città provincia.
Il principio fondatore degli ospedali psichiatrici fu la necessità di uno strumento di protezione dal “matto” per la società, senza considerare i bisogni e i diritti del malato. Il manicomio di Granzette vide la nascita e l’arresto dei lavori in diversi anni; inizialmente per l’assenza di fondi, giacché i costi lievitarono notevolmente in corso d’opera, nondimeno per l’utilizzo dell’area da parte dell’amministrazione militare durante la prima guerra mondiale. I fabbricati entrarono a pieno regime negli anni trenta e completarono il percorso negli anni novanta, fino alla chiusura. Ulteriori sospensioni delle attività intercorsero negli anni della seconda guerra mondiale per carenza di personale medico e infermieristico, restrizioni di guerra, sovraffollamento, crisi economica. Si servirono addirittura di personale religioso per supplire ai vuoti. L’ospedale era stato progettato per quattrocento malati sebbene, negli anni di massimo accoglimento, i padiglioni contavano settecento malati con disturbi psichici. Al problema psichico, spesso diagnosticato con diagnosi fasulle, si aggiungeva un ambiente sociale degradato, traumi non superati, danni emotivi. Era stata impiantata un’istituzione strumentale per gestire le diversità; sia la si leggesse nei volti, sia la si cercasse nelle anomalie del corpo: dal mancino al dislessico, dal troppo sensibile al contestatore. L’omosessualità era inquadrata come degenerazione. A lungo il manicomio fu un mezzo per medicalizzare gli errori della fabbrica umana attraverso l’eliminazione dalla società. C’erano casi di donne che si ribellavano alla violenza dei mariti ed erano fatte dichiarare pazze. Fino al sessantotto l’adulterio era reato e motivo sufficiente per finire rinchiuse. Non solo: anche l’esser povera o indifesa, a quel tempo, poteva esporre la donna al rischio di esser internata.
Lia seguì le frecce che indicavano l’entrata; intanto la mente rispolverò scene dimenticate. Aveva riaperto il cassetto degli orrori, stava estraendo scheletri dall’armadio o forse, ricercava solamente una spiegazione a quei flashback, perlopiù sbiaditi, che di notte tornavano a farle visita.
Entrò. Lo ricordava come il padiglione delle semi-agitate. Nella divisione primaria, i pazienti erano distinti secondo la patologia e le cure cui erano sottoposti. La stessa spiegazione gliela stava fornendo il ragazzo dell’associazione, disponibile dietro al banco a un’introduzione e qualche informazione utile ai visitatori. Si trattava di un gruppo di soci che prendeva in carico la rivisitazione e il riordino di luoghi abbandonati, contesti di particolare interesse per la popolazione, portando alla luce la storia, racconti e leggende sul sito trattato. Inscenarono una mostra multisensoriale, documentando fatti e avvenimenti, con materiale originale trovato all’interno e restanti reperti recuperati agli angoli dell’edificio.
Lia rivolse qualche domanda specifica, facendo appiglio ai ricordi che la perseguitarono negli anni. Il ragazzo offrì qualche chiarimento, in altri casi si trovò sprovvisto di risposte. Alla signora non interessava appurare la preparazione di quel maturando, piuttosto preferiva accertarsi di eventuali scritti, nomi, verbali rinvenuti negli archivi. Qualcosa che potesse essere a lei famigliare. Non avrebbe ricevuto ulteriori informazioni oltre a quelle che avrebbe trovato lungo il percorso, le confermò lo studente.
Se sapeste quanti dati non avete trovato scritti dentro quelle cartelle! rimuginò tra sé, fissandolo negli occhi, confessandosi silenziosamente. Non voleva perder altro tempo. S’incamminò lungo il corridoio, conoscendo a menadito il tragitto e quale agghiacciante sipario le avrebbe aperto.
Il ragazzo la seguì con perplessità; quella donna era vestita in maniera insolita e l’approccio diretto con domande specifiche lo lasciarono dubbioso: poteva aver letto qualche rivista o recensione in merito ma l’età e la presentazione non la vedevano avvezza del mondo social, più probabile fosse stata a diretto contato con l’ambiente, per strano segno del destino, nel suo passato.
Nella prima stanza si trovavano cimeli riconducibili agli uffici della direzione: macchine per scrivere, armadi con grossi fascicoli ingialliti, cartelle nominali aperte su una scrivania, sintomi di malattia scritti a mano, con calligrafia corsiva e ordinata.
Tentò di evidenziarne il nome ma il certificato era troppo sbiadito. L’ambiente era rimasto immutato: solo le finestre erano senza vetri per via d’incursioni di persone poco raccomandabili, delinquenti e drogati che utilizzavano il complesso come fulcro di scambio e affari sporchi.
Le stanze si mostrarono come allora: cameroni grandissimi, dai soffitti alti e spazi dispersivi. Erano ambienti spaziosi, fu così che riuscirono a stipare più malati del previsto. Il confronto con le cuccette dei lager nazisti era l’esempio che più le rappresentava.
Ogni stanza meritava qualche minuto di silenzio. Più si addentrava nelle zone d’ombra, più aumentava la rabbia inghiottita forzatamente e mai digerita. Solo Dio sa le angherie subite in questo ghetto! Il freddo s’impossessò delle mani e dei piedi, bloccandola davanti a una vasca. Ceramica saltata, arrugginita e segnata. Le mura erano quasi interamente ricoperte da piante che si fecero strada entrando dagli infissi e si aggrapparono a porte e finestre mancanti.
Sui pavimenti residui di sporcizia, fogliame, quel che il vento importava a ogni folata, trovando varchi aperti su ogni fronte.
Ogni stanzino era adibito a una terapia ma in assenza d’insonorizzazione, utopia in quel contesto, cosicché le grida di dolore erano riconoscibili fino al piano superiore. Ogni degente sapeva cosa gli sarebbe spettato una volta condotto in uno di quei vani.
Quella vasca incriminata era utilizzata per bagni gelati. L’immersione poteva durare ore o giorni interi provocando dolore acuto, sino allo svenimento. La fissò e vide il viso di Franchino quando lo estrassero dopo una giornata. Labbra e dita erano violacee e le braccia penzoloni mentre, raccolto dall’infermiera, fu trasportato nel letto: quel trattamento lo riduceva in uno stato di semi coscienza per giorni.
Certo che si tranquillizzava, come poteva correre, disturbando, se arrivava al punto di morire e resuscitare! Il suo male era stato quello di nascere da una meretrice e da un padre che se ne infischiò di riconoscerlo. Lia versò una lacrima gelata che le rigò le guance. Nemmeno più quelle avevano peso; scendevano per meccanismo fisiologico ma erano state private di significato.
In quella revisione l’accompagnava la vicinanza di Bianchina, in silenzio assoluto, tra le urla provenienti da registratori impiantati ora qua, ora là, nei corridoi di passaggio. L’intento era di calare l’ospite in un’atmosfera pressoché realista, lasciando trapelare nel modo più veritiero i soprusi, scelti di comune accordo dai medici del tempo, sotto suggerimento di continue innovazioni e aggiornamenti provenienti da laboratori di medici e ricercatori, praticati senza difesa né protezione su pazienti di ogni età. Lia si sentì scalfitta nel profondo da quei suoni riprodotti; le sue orecchie li udivano ogni giorno come scene di ordinaria follia. Avrebbe voluto fermare quel mangianastri; non era necessaria la finzione perché quelle mura urlavano tutte le notti, anche adesso che non c’era più nessuno a dar loro voce. La credevano solo una leggenda ma lei sapeva quanto odio e tribolazioni avevano incamerato. Lisce e dipinte di un azzurro pastello, contenevano ingiustizie taciute, morali annientate, e rispetto per il genere umano sbriciolato e incenerito. Lo stesso Ministro della Sanità, nel sessantacinque, definì i manicomi “una bolgia infernale dantesca”.
Passo dopo passo, arrivò al refettorio. Un cittadino qualsiasi avrebbe immaginato pazienti attorno ai tavoli, vicini li uni agli altri, intenti a degustare vivande calde in ciotole pulite; bambini con disabilità aiutati nell’uso delle posate e inseriti in un progetto di riabilitazione per il riacquisto delle funzionalità motorie. Invece l’odore delle pietanze, nella maggior parte dei casi, non era per nulla invitante. Li disponevano in file ben allineate e l’avvicinarsi alla mensa diventava un tormento giornaliero. Il profumo del menù era sostituito con un odore acre e nauseabondo di cibi deteriorati. La cottura non era ottimale: il più delle volte la pasta diventava polenta. Nei piatti si presentavano brodaglie per nulla invitanti, dal sapore nauseante. Le ciotole a fine pranzo non erano mai lavate con cura, notando al pasto successivo i residui di cibo del giorno prima.
Nella stragrande maggioranza, si trattava di pazienti che necessitavano d’aiuto nell’alimentazione. Gli infermieri o gli addetti, obbligati in parte dalle norme scelte come protocolli nella gestione della disabilità, un po’ dettati dal carattere, dalle funzioni e dai ruoli assunti negli anni all’interno della struttura, non utilizzavano di certo didattiche di supporto e vicinanza. La bocca era un’apertura forzata e il cucchiaio era inserito con forza; tant’è la temperatura del cibo poteva creare ustioni al cavo orale. I più deliranti e ingestibili erano relegati in fondo alla sala, con la scusante della pericolosità verso i compagni, obbligandoli a mangiare a terra affondando le mani in una ciotola o infilando direttamente la testa dentro. Come fossero cani. Successe anche che la forzatura provocò il vomito in alcuni minori; i sorveglianti per punizione e per assenza di cibo glielo riproposero con lo stesso cucchiaio perché fosse d’esempio al resto della camerata.
Guardò le seggiole in fila apposte sotto i banchi, e i piatti a terra in frantumi, e le prese un conato di vomito. Avrebbe voluto pestarli e lanciarli, disintegrare quella sala e urlare al mondo i maltrattamenti che subirono centinaia d’innocenti. Invece tutto taceva. Un filo d’aria scostò l’anta della credenza e intravide i bicchieri recuperati. Erano proprio quelli usati da loro. Si chiese che fine avesse fatto l’amica che le sedeva accanto, se avesse trovato pace. Franca, forse aveva otto anni. Chiedeva insistentemente da bere, era affetta da diabete.
Un giorno, i supervisori la costrinsero a bere litri d’acqua impedendole di usare i servizi, costringendola a urinarsi addosso e la lasciarono bagnata tutto il giorno, in una pozza di pipì. Solo dopo accertarono che si trattava di diabete, sottoponendola all’insulinoterapia.
Era una tortura continua, non c’era verso di fermare quei maltrattamenti ingiusti e insensati, poiché sostenuti da teorie mediche che a quegli anni erano studiate e messe in pratica come oro colato. Gli umani internati erano considerati la feccia della società, capri espiatori da trattare come cavie fino alla morte.
I più anziani reduci dei campi di concentramento lo chiamavano “lager germanico” e solo oggi- realizzò Lia guardandosi attorno- mi rendo conto di quanto avessero ragione!
Sulla sinistra, uno stanzino. Al centro, un lettino ancora ricoperto da un lenzuolo bianco. Attorno, un lavandino e una vetrinetta che esponeva gli arnesi del mestiere: un fonendoscopio, un bracciale con la colonnina di mercurio per la misurazione della pressione, un divaricatore, un abbassalingua, un martelletto per i riflessi, un otoscopio, qualche pinza. Su un tavolino di legno scheggiato poggiava un mezzo busto di plastica contenente all’interno la riproduzione degli organi. Posate accanto, alcune reniformi piene di siringhe di vetro e boccette vuote, inodore. La mensola più alta raggruppava l’insieme dei farmaci utilizzati secondo la patologia.
Ogni male ha la propria cura ma quando la cura diviene il male stesso, chi decide dove e come riprendere l’atto di guarigione? Di certo non erano programmati controlli sui risultati attesi dagli interventi terapeutici, né valutazioni appropriate per la terapia scelta o indagini approfondite sulle cause della patologia. Tutto era lasciato alla delibera del medico che viveva nell’istituto e in piena libertà decisionale sull’attivazione delle indicazioni mediche del tempo. Tra le tante, sottoporre i pazienti all’elettroshock. Una tecnica terapeutica basata sull’induzione di convulsioni nel paziente mediante passaggio di una corrente elettrica attraverso il cervello. Era indicata nell’utilizzo della depressione grave, nei pazienti che non rispondevano ai farmaci, né alle psicoterapie ordinarie. Le sedute, ripetute dalle sei alle dodici volte, nell’arco delle ventiquattro-quarantottore, sottoponevano il malato a un voltaggio compreso tra i 250-450 Volt tramite elettrodi cosparsi di gel applicati al cranio che riducevano l’impedenza della corrente elettrica, così da evitare le ustioni. Prima della terapia s’induceva una paralisi artificiale dei muscoli per mezzo di farmaci, cosiddetti “curari” sintetici.
A Lia, immobile al centro della stanza, pareva di sentire ancora l’odore del disinfettante. Fortunatamente, era stata risparmiata da quell’atrocità ma appoggiò le mani sulla tasca della giacca in lana; sentì protetto il suo diario. Lì, tra quelle pagine, erano riportate testimonianze di compagne provenienti da altri istituti che le avevano affidato i loro racconti, nella speranza che un giorno qualcuno ponesse fine a quelle barbarie.
“In quel manicomio esistevano gli orrori degli elettroshock. Ogni tanto ci assiepavano dentro una stanza e ci facevano quelle orribili fatture. Io le chiamavo fatture perché non servivano che ad abbrutire il nostro spirito e le nostre menti. La stanzetta degli elettroshock era una stanzetta quanto mai angusta e terribile; e più terribile ancora era l’anticamera, dove ci preparavano per il triste evento. Ci facevano una premorfina, e poi ci davano del curaro perché gli arti non prendessero ad agitarsi in modo sproporzionato durante la scarica elettrica. L’attesa era angosciosa. Molte piangevano. Qualcuna orinava per terra. Una volta arrivai a prendere la caposala per la gola, a nome di tutte le mie compagne.
Il risultato fu che fui sottoposta all’elettroshock per prima, e senza anestesia preliminare, di modo che sentii ogni cosa. E ancora ne conservo l’atroce ricordo”.
Lia non ricordava come fosse finita in quella clinica per pazzi. Si aggrappava a una memoria spenta di un padre attaccato alla bottiglia e rare visite di una giovane madre, che s’intratteneva sempre troppo poco per memorizzarne il profumo dei capelli. Lei, indifesa e incredula di esser stata abbandonata nelle grinfie di mostri privi di sentimenti, in un ambiente dove nulla richiamava la gioia del gioco, piuttosto l’efferatezza della morte, rimase chiusa nelle sue paure, incapace di chiedere. Desiderava una carezza da quelle mani soffici che nei primi anni di vita l’avevano coccolata nella miseria della loro casa; sebbene il cibo non fosse abbastanza, l’amore di quella donna lo sentiva in ogni sua lacrima. Invece, non era in grado di pronunciare una sola parola, restava muta e gli occhi fissi al pavimento. La madre la riteneva una bambina con grosse difficoltà linguistiche e di ragionamento; la piccina cresceva dietro muri di domande, recintati dall’incomprensione, diventata anaffettiva per costrizione.
Credeva di esser stata sottoposta al più brutale dei supplizi quando, al suo arrivo, una suora si avventò sui suoi capelli con una forbice, descritta da Lia come quella di una sarta, tagliandoglieli con fare rabbioso e soddisfatto al tempo stesso.
Nelle strutture pubbliche, la pediculosi era un problema reale e in assenza di pulizie approfondite si difendevano come potevano.
Ne uscì fuori una capigliatura spettinata, con punte spezzate, senza disegno nel contorno viso, né righe a delinearne il taglio. Quello sfracello sulla chioma la denigrò nella sua femminilità. Abituata a capelli raccolti in una lunga treccia, si trovò a piangere per giorni interi. Sentiva il freddo batterle sul collo dagli spifferi che entravano dalle finestre, e accusava una sorta di nudità nel suo essere. Le prime sere, per calmarle l’agonia del cambiamento, le sorveglianti le tappavano il naso costringendola ad aprire la bocca e farle ingoiare calmanti. Quando era troppo agitata, la legavano al letto.
Non parlava ma aveva imparato presto a scrivere. Sul quadernino della pazzia riportava i pensieri che le permettevano di continuare a vivere, nella convinzione che un giorno, quella punizione, sarebbe finita.
“Se mamma sapesse quello che mi fanno, se mamma vedesse come ci trattano, mi porterebbe via all’istante. Un giorno, prima o poi riuscirò a dirle il male che provo e lei picchierà tutti e mi stringerà forte tra le braccia”.
Sua madre invece diminuì le visite fino a non presentarsi più, obbligando Lia a convincersi che stava troppo male per raggiungerla. Una spiegazione era obbligatoria per accettare il fatto di esser rimasta sola e la giustificazione le garantiva un minimo di sentimento e di collegamento con il mondo esterno. Se avesse perso anche quello, si sarebbe lasciata morire.
Salì al piano superiore contando i gradini come faceva allora, il numero non era cambiato e nemmeno l’angoscia che la sconvolgeva. Cameroni aperti con carrozzine sgangherate, abbandonate agli angoli, prive di ruote, di posto a sedere e ricoperte di sporcizia. Era la sala di convivenza. Un’ora precisa del giorno era destinata allo svago, come l’ora d’aria per chi è in detenzione. I malati si trasformavano in belle presenze: le infermiere s’impegnavano per rendere presentabili agli occhi dei famigliari quei corpi ormai privi di ogni umanità. C’era chi sedeva su un divano rosicchiato ai lati dai roditori, durante la notte; altri legati alla carrozzina con la giustificazione medica di evitare rischi di caduta; la minoranza con una camicia larga che obbligava a incrociare le braccia sul retro contro l’autolesionismo. Le scene deliranti e di pazzia acuta, durante gli orari di visita, riuscivano perfettamente come una rappresentazione teatrale. Chi urlava parole incomprensibili a causa dei traumi dell’elettroshock, chi incapace di gestire un emisfero cerebrale mostrando gravose perdite di funzioni fisiologiche e chi si trasformava in soggetto aggressivo, nonostante il temperamento mite adottato prima dell’entrata.
I famigliari inorriditi delle sceneggiate, incapaci di gestire il proprio caro e visibilmente provati dalle terapie, interrompevano gli incontri dopo pochi minuti, invitati dagli operatori stessi ad allontanarsi per il rischio di esser colpiti o di aggravare una situazione già critica. I colloqui con i medici erano rari e su appuntamento. Le indicazioni cliniche, i trattamenti, gli effetti collaterali e l’inevitabile decorso spesso fino allo stato terminale, erano spiegati in termini prettamente medici, sfavorendo la comprensione da parte di una società ancora troppo retrograda dal punto di vista dei diritti umani e che si affidava totalmente alle parole di una figura di spicco e di cultura, quale era un luminare della medicina. Per ogni tentativo di replica, i protocolli arrivavano in aiuto, eludendo ogni sorta di dubbio.
Con il passare degli anni, Lia, non ricevendo più alcuna visita da parte della madre, si convinse che fosse morta e nessuno l’avesse avvisata per non procurarle altro dolore. Cresceva in lei l’orribile convinzione che non sarebbe mai uscita dalla casa del terrore, arrendendosi al passare delle giornate e spostando il suo interesse su l’unica speranza che la teneva avvinghiata alla vita: la scrittura.
Proprio in quel secondo piano c’era una stanza destinata ai pensieri sui muri. Si trattava di un ripostiglio, dove erano rinchiusi gli agitati del giorno, lasciati liberi di sfogare l’ira del momento. In realtà, alcuni usavano l’arte grafica per denunciare gli abusi; altri aggredivano le pareti stesse con arnesi, di qualsiasi genere, bastava appuntirli, trascrivendo imprecazioni contro un Dio che sicuramente si era dimenticato di loro. I più pericolosi lasciavano impronte di sangue. Probabilmente aveva preso spunto dalle visite nascoste fatte a quella stanza, l’idea di Lia di racchiudere ogni testimonianza sul quaderno. Era un blocco di fogli che la mamma le aveva portato in una delle poche visite, insieme a qualche pastello, credendo di stimolarla grazie al disegno. Lia, accortasi con il passare dei giorni delle condizioni disperate che regnavano attorno, pensò bene di nascondere quel blocco da subito. Lo teneva sotto il materasso, certa che con la poca pulizia destinata agli ambienti, raramente qualcuno avrebbe controllato nella rete.
Girato l’angolo, si aprì davanti il dormitorio. Una ventina di letti, alcuni ancora con il copriletto a righe. Di nuovo freddo addosso. Erano così leggere e così gelate quelle coperte che d’inverno bisognava riscaldarsi con il calore della bocca. Se qualcuno si sentiva male, restava sporco fino il mattino. Nella stalla, le bestie erano più pulite, mantenute al caldo dal fieno. Noi non meritavamo di vivere.
Alzò gli occhi: davanti a sé ingrandimenti di coinquilini che ricordava benissimo. Vacillavano i nomi nella memoria del dolore ma gli occhi, quegli occhi pieni di sofferenza condivisa, non aveva potuto scordarli più.
Una madre che abbracciava il figlio. Un corpo di sole ossa, inanimato, privo di ogni stimolo vitale, che si lasciava avvolgere da braccia possenti e in carne chiedendo perdono del male procurato. Respiri come sibili schiacciati a un petto abbondante, che tentava di salvare gli ultimi battiti che lo tenevano in vita. Mani grassocce che avvinghiavano e tentavano di rianimare quella pelle senza contenuto. Il viso segnato dalla miseria s’incolpava di non avere soccorso in tempo quel figlio non compreso. Le palpebre chiuse palesavano la colpa di un suicidio-omicidio senz’altro potere d’intervento. Quella madre non più in grado di versare lacrime, espiava le sue colpe in assenza di opportunità di salvezza. Era la resa di fronte lo sfracello e la rovina della sua stessa carne; un crimine senza una condanna, tanto il dolore procurato che non poteva più essere curato. Quel caschetto sprofondato in un seno abbondante, sorreggeva uno scheletro messo in evidenza sul bianco e nero della diapositiva; non aveva fiato, né mostrava una gabbia toracica in grado di espandersi. Si lasciava andare a un odore che non riconosceva, urlando in rigoroso silenzio “Come hai fatto madre a dimenticarti di me? Come non hai potuto accorgerti del mio lento morire? Quale sgarbo, madre, meritava tale punizione?”
Attorno, altri ritratti di detenuti si mostravano nudi e crudi agli occhi di un pubblico incredulo: bambini legati dietro le sbarre dei letti, visi affranti, svuotati e rassegnati. Adulti deformati dalle posizioni cui erano costretti, capelli rasati, libertà rinnegate. Scene di vita quotidiana tramutate in denunce visive. Occhi spenti in corpi morti.
Prese avvio da quegli scatti l’inizio della fine. Lia obliava il percorso d’uscita da quella detenzione ingiustificata; probabilmente troppo piccola per rimembrare esattamente le ultime settimane e certamente tutti all’oscuro delle dinamiche politiche che condussero alla chiusura dei manicomi. Anni dopo, il popolo iniziò a interessarsi delle vicende e dei decreti emanati a favore della chiusura totale degli stabili, nonostante le strutture fossero intessute nella realtà circostante: i paesi avevano convissuto a ridosso del manicomio con diversi infermieri dipendenti. Un bel giorno il popolo si svegliò acclamando un solo nome: Basaglia.
Franco Basaglia fu colui che ideò la riforma delle strutture psichiatriche chiudendo ogni lager e spostando la cura e le terapie da casermoni ormai fatiscenti, ad aree di servizio di diagnosi e cura distribuite sui territori. Il malato psichiatrico si riappropriava di una personalità, era considerato facente parte al genero umano e non più un soggetto pericoloso da rinchiudere e torturare. La svolta richiese decenni per mancanza di personale qualificato, di ambienti idonei e l’incapacità dei cittadini di modificare la visione nei confronti di questi pazienti; bisognosi non solo di farmaci, bensì di una rete di relazioni che fungesse da cura e sostegno nello sviluppo dell’individuo.
Lia, dal canto suo, era uscita da quel brutto sogno parecchi anni prima che si avviasse l’iter per la chiusura. Durante i colloqui con i famigliari, il suo viso così delicato e al contempo maciullato da tanta mostruosità, aveva colpito una signora che tornava ogni settimana a far visita alla madre. Sandra, si faceva chiamare, ripeteva di continuo il suo nome all’anziana signora che purtroppo, col senno di poi, si era ritrovata lì perché affetta da depressione grave e rifiutata perché un peso per il marito che preferiva spassarsela con le meretrici di certi quartieri.
La figlia, cresciuta da una vicina, non aveva mai dimenticato la madre e incapace di prendersi cura di lei, le restò accanto come poteva fino alla sua morte.
Aveva instaurato un dialogo muto con Lia, e senza costringerla a dialogare, cercava di trasmetterle quell’amore che non aveva mai ricevuto. Le accarezzava il viso quando la sorveglianza si allontanava e di nascosto le portava qualche pastello per scrivere.
L’anziana madre morì sola nel suo letto, una mattina qualunque di un freddo inverno. Gli operatori accortesi della sopraggiunta morte, la spostarono sulla barella delle salme come uno scarto, coperta da un sacco nero, destinata alla necroscopia prima di esser sotterrata sul retro dello stabile. Croci senza nomi, in fila ben ordinate, come esseri senza senso. Vittime private di una religiosità sconosciuta alle pene dell’inferno.
Insieme all’anziana, era morta quella piccola speranza di Lia di continuare a rivedere un volto conosciuto. Non parlava, ma quella carezza con cadenza settimanale le risvegliava un sentore di sentimento seppellito. Ignara di chi fosse, sentiva che quel tocco era qualcosa di buono.
Una mattina fu letteralmente buttata giù dal letto con maniere brusche e odiose. Non capiva cosa stesse succedendo, recepì solo una voce che l’avvisava:
«Raccogli i tuoi stracci perché sono venuti a prenderti!»
Preoccupata, impaurita e disorientata, credeva di essere trasferita in un altro padiglione. Nessuno poteva strapparla da lì perché non aveva più nessuno al mondo che si potesse prender cura di lei. Strattonata per le braccia fin tanto che scendeva le scale, si ritrovò in ufficio seduta davanti al vecchio contabile e la signora Sandra accanto. Le infermiere chiesero più volte alla signora se era certa della scelta che stava facendo, ricordandole che era in tempo per ripensarci. La misero in guardia sulle difficoltà che avrebbe incontrato e si resero disponibili a riprendere in cura Lia se la convivenza fosse stata ingestibile.
Sandra non batté ciglio e trascinò quella creatura, indifesa e martoriata, fuori da quelle mura in men che non si dica. Era andata a prenderla in bicicletta e prima di sederla sul portapacchi, le prese il viso tra le mani e la rassicurò:
«Ora tu ed io andiamo a casa e ricominciamo a vivere!»
E le diede un bacio sulla guancia. Lia restò sbalordita. Incredula. Terrorizzata. Si sedette aiutata da Sandra. Indossava ancora i vestiti ristretti di quando era entrata. Aggrappata con le mani al corpo di Sandra mentre si lasciava trasportare, sentiva freddo alle braccia e alle gambe. Era una mattinata di gennaio e la nebbia copriva ogni traccia di paesaggio. Si sentì bagnata sulle guance, come un filo che le rigava. Erano lacrime, ne aveva dimenticato il sapore. Non sapeva se piangeva di gioia o di paura, ma quel frastuono interno che le aveva accelerato i battiti, la sconvolgeva fino a soffocarla con un nodo in gola. Si sentiva umida, dove le labbra di quella sconosciuta le avevano lasciato un timbro; avrebbe voluto disegnarne il contorno con un pennarello, per marchiarselo addosso, prima che si cancellasse quell’unica illusione che le era stata concessa.
La convivenza fu una rinascita graduale, per entrambe. Imparano a conoscersi e Sandra allevò Lia come sua figlia naturale: era una donazione d’amore senza fatica ma necessaria e vitale per sperare in un domani migliore. La aiutò a riacquistare l’uso della voce nonostante Lia preferì continuare a esprimersi su carta. Le regalò una nuova dignità; la sostenne in ogni difficoltà infondendole, a piccole dosi, le basi su cui ricostruire una nuova personalità.
Lia non riuscì mai a cancellare definitivamente il periodo buio della sua infanzia; i traumi la perseguitarono per tutta la sua esistenza, rendendola un soggetto asociale e singolare, quale era vista dalla società.
Sandra si fece carico delle oscenità descritte da quella bambina su quel diario. Le prime notti piangeva sola, mentre sfogliava le pagine, attenta a non farsi scoprire. Era impensabile la disumanità che i pazienti subivano in quella che era ritenuta una struttura per cure. Non esitò mai nel credere a quelle righe, considerandole fantasticherie infantili: Sandra aveva fiutato fin dalle prime frequentazioni che l’ambientazione era intrisa di un’atmosfera cupa e minacciosa.
Con gli anni la aiutò a liberarsi dei pensieri che la tenevano in ostaggio nelle lunghe notti insonni. Rassicurò la ragazza ogni qualvolta, a singhiozzo, sputava fuori tutto il suo dolore, urlando di rabbia e vomitando ingiuria contro chi le aveva rubato l’infanzia. Ci impiegheranno anni nella lettura di quegli appunti; la signora s’imputava l’errore di non averla strappata prima dalle mani degli aguzzini, la ragazza la ringraziava per averle permesso di tornare a vivere.
Sandra si spinse oltre: innescò una serie di ricerche, al passo con gli sviluppi politici e sociali, nell’intento di arricchire quel diario di dettagli e annotazioni quanto più specifiche potessero essere. Trascrissero confidenze e racconti di altri pazienti, conoscenti della stessa comunità o di paesi vicini e raccolsero articoli di giornali che denunciavano i soprusi di altri manicomi, sparsi sul suolo italiano. La madre adottiva ricordò a Lia l’importanza di quella raccolta; la sollecitò più volte a consegnarla al giornale, perché il mondo fosse informato sulle oscenità procurate dai maggiori esponenti politici e medici e chiedere il conto di quegli atti riprovevoli compiuti ai danni della povera gente.
Lia non si sentì mai pronta a subire torture mediatiche, dopo aver riscoperto una nobiltà morale ed essersi impadronita della rispettabilità che doveva a se stessa.
Si avviò all’uscita, incontrando di nuovo lo stesso ragazzotto.
«Tutto bene Signora?»
Lia fece un cenno con la testa.
«È rimasto tutto intatto. Avete fatto un bel lavoro. La riproduzione è pressoché uguale.»
Lo studente non era certo di aver compreso. La guardò impacciato, nel timore di chiedere troppo. Intanto Lia, con un gesto lento, estrasse il diario dalla tasca della giacca. Non era dubbiosa, sapeva che era giunto il momento, solo non era facile consegnare nelle mani di uno sconosciuto il racconto di una vita.
Pose sul banco il libro scritto a mano, era rilegato con nastri trovati in casa. Sgualcito nella copertina in cuoio, creata e cucita da mamma Sandra, si presentava come un reperto bellico. Lia ci appoggiò sopra il palmo, un’ultima carezza alle pagine della sua mente. Guardò dritto negli occhi il custode che si mise sull’attenti: stava per conoscere il mistero che quella donna trascinava con sé.
«La realizzazione di questo progetto fa onore alla vostra squadra. Una messa in opera studiata e implementata nella cura dei dettagli, senza mutare l’ambientazione. Ogni oggetto al suo posto e il mobilio ripristinato.»
Il giovane sorrise apprezzando i complimenti ma ben presto tornò serio, interpretando sul volto di Lia l’importanza di quello che gli stava affidando.
«Ma è altrettanto fondamentale dare voce alla scenografia perché il teatrino appaia perfetto agli occhi dello spettatore. È facile immaginare i vincoli posti per impedire la riapertura delle cartelle; non è di certo un pregio dei burocrati confessare la verità. Vi affido questo diario perché possiate render partecipe l’opinione pubblica di ciò che questo luogo significò per noi poveri pazzi. Pazzi? Così li rappresentò chi scelse di rinchiuderli. Forse erano solo diversi. O chiedevano amore diversamente.»
Lia lo sollevò stringendolo tra le dita e glielo mise in mano.
«Le tragedie vanno raccontate da chi le ha vissute, non da chi le ha pensate. È un’arma preziosa, ne faccia buon uso, giovanotto!»
Lia uscì da quella porta a testa alta, certa che il suo diario era giunto a destinazione. Era tornato dove tutto era iniziato. Passava uno spiraglio di sole tra gli alberi e il giardino si stava svestendo di segreti incatenati dietro quel portone per troppo tempo. Respirava a fondo, tenendo stretto il guinzaglio di Bianchina e fiutava un’aria nuova: il peso delle pagine aveva alleggerito la tasca e il nodo in gola si era sciolto. Si sentiva su un palcoscenico. Dietro di lei si chiudeva il sipario; tutte le anime massacrate ingiustamente s’innalzarono e la applaudirono regalandole una soddisfazione silenziosa. Diede voce a una ribellione taciuta e digerita amaramente, smascherò ingiustizie subìte a calci, pugni e manganellate e restituì onore e reputazione a dignità violate, strappate e annientate.