Salì le scale di corsa lasciando scivolare a terra una lacrima ad ogni scalino.
Cercò le chiavi nella borsa, dove tutto stava alla rinfusa, le trovò depositate sul fondo insieme con un paio di forcine per capelli, sotto il portafogli e per recuperarle dovette estrarre il fazzolettino di carta che solo mezz’ora prima aveva infilato con estrema cautela nella tasca interna, ripiegandolo su se stesso.
Con il groppone in gola tenne stretto il fazzolettino tra le mani nell’ipotesi inimmaginabile che perdesse il contenuto.
A capo chino, concentrata sulla serratura, scostò con la mano i lunghi capelli neri che le impedivano la visuale, asciugò gli occhi intrisi di dolore e spostò i ciuffi rimanenti incollati alle guance.
Ancora un giro di serratura e la porta si aprì. Odore di pulito, profumo di donna. Ordine e quiete tra le mura che avevano conservato il contenuto in stand-by in attesa del ritorno. Un ritorno, pensò, che non ci sarà più.
Un divano rivestito con un tessuto floreale, le sedie immobili sotto il tavolo, la porta del terrazzo socchiusa con la serranda abbassata e la carrozzina per la disabilità in un angolo, pronta all’uso. Tutto era in attesa che la vita riprendesse dove era stata lasciata.
Un’illusione vana, ormai ne era consapevole.
Era tornata per raccogliere della biancheria, l’occorrente per quella che aveva tutta l’aria di essere una degenza più lunga delle precedenti.
I medici erano stati chiari:
«È un cuore stanco quello della paziente e ha subìto un duro colpo. Il quadro è critico e non possiamo garantire questa volta che superi la fase acuta». Conclusero dicendo di farsi forza, cancellando ogni speranza per i famigliari più stretti.
Aveva poco tempo per riempire il trolley con lo stretto necessario ma, sedendosi per un istante su quel letto ancora caldo, pareva che la fretta stesse lasciando il posto alla resa. Nessuna azione era più urgente.
Gli occhi osservarono il mobilio e si chiusero per focalizzarsi su tracce mnemoniche, nelle orecchie riecheggiavano chiacchiericci lontani rammentando scene di vita famigliare: una bottiglia rotta, un posacenere e la sigaretta ancora accesa, una pizza divisa in cinque fette, qualche birra fresca e un’offesa scherzosa tra fratelli cresciuti. Il quadro di tante serate ritraeva una semplice cena in famiglia.
Riaprì gli occhi, tutto taceva ma la nostalgia ne uscì ammaccata e devastata.
Anche la polvere sui mobili parlava, cercava di giustificare la stanchezza degli ultimi anni, il disinteresse totale verso le attività domestiche quando ella era diventata bisognosa come una bambina in pieno svezzamento. Disumana era la fatica per reggersi in piedi, nell’intento di muovere qualche passo per raggiungere il terrazzo. Una sedia impagliata in legno, tra i fiori colorati dei gerani in vaso e un ingombrante ficus, delimitava uno spazio vitale destinato alla contemplazione.
Seduta sulla seggiola, nelle lunghe giornate estive, sfoggiava al sole un viso ormai patito dalla sofferenza caratterizzato da un’espressione perplessa. Lo sguardo cieco fissava un punto inesistente e la mente viaggiava a ritroso confondendo le voci, le età dei figli, i nomi dei nipoti e il suo ruolo nella società. Rughe profonde solcavano gli zigomi, un sorriso tirato mascherava una vitalità cancellata, la rigidità nelle articolazioni delle mani impediva la coordinazione dei ferri per lavorare la lana, così come aveva fatto in un tempo passato, confezionando capi per tutta la famiglia.
Un girellino a quattro ruote come compagno di passeggiata non era abbastanza per sostenerla e la sua inappetenza era la firma sul testamento per il rifiuto alla vita.
Era la cura e l’amore che lei stessa aveva donato a svegliarla tutte le mattine e incitarla a respirare. Una cerchia di mani e di legami la teneva viva regalandole un nuovo buongiorno, una chiacchierata impacciata, un bacio in fronte. Ben cinque cordoni ombelicali le avevano assicurato nutrimento fino alla fine del suo volere.
Jessy, così la chiamava l’anziana donna, nipote tra le tante, era passata per un saluto il giorno prima. Ora cercava qualche indumento utile al ricovero ma lo strazio era totale, tutto attorno parlava di lei.
Lei, quella nonna che l’aveva vista nascere, crescere e farsi donna, quella nonna l’aveva accudita quando i genitori erano fuori casa riempiendo le giornate della sua infanzia.
Un vuoto allo stomaco, forse una voragine.
Si fece spazio tra gli abiti e nel ripiano più basso dell’armadio trovò l’album di fotografie. Glielo aveva chiesto la nonna, qualche stagione prima, una raccolta da sfogliare quando si sentiva sola. Era partita dal principio con le istantanee in bianco e nero per terminare con i pronipoti in selfie salvati sullo smartphone.
Un secolo di vita incollato in meno di quaranta pagine e il sangue nelle vene lo stesso in ogni scatto.
Era ricoperto da un dito di polvere, bastò una passata con il palmo della mano e riconobbe la scrittura. Alcuni secondi su ogni ritratto ricordando simpatici aneddoti, sorprendendosi di pose dimenticate, rattristandosi per chi se ne era già andato.
Lo ripose al suo posto certa che era l’unico modo sicuro dove conservarlo, non manomettendo nulla di come lei aveva lasciato perché nonna avrebbe voluto così. Nella parte superiore dell’armadio, appese, s’intravidero lunghe gonne tagliate sotto il ginocchio e magliette eleganti da abbinare al caso. Anche quando le gambe avevano scelto di non sorreggerla più, lei non aveva ceduto. Pochi spiccioli per un caffè con la cerchia d’amiche di sempre erano la felicità nelle sue giornate.
Si faceva accompagnare seduta sulla carrozzina, non dimenticando mai di portare con sé la borsetta, di indossare la collana di perle e quello spruzzo di profumo inconfondibile. “Dov’è il profumo”? si chiese. Si girò ed era lì, dove era sempre stato, sul comò in attesa di poter profumare ancora. Raccolse tra le mani la boccetta, solo qualche goccia dietro il lobo delle orecchie e una vaporizzata sul polso. Massaggiò braccio con braccio, poi incamerò a narici piene tutta l’essenza che emanava.
Sapeva di Lei.
Suonò il cellulare, la chiamata fu breve e l’occhiata sul volto riflesso allo specchio, appeso sopra il comò, fu eloquente per confermare l’inutilità di ogni preoccupazione. Era giunto il momento di fermarsi e unirsi al silenzio dell’ambiente che già aveva preso le distanze.
Le camicie da notte impregnate di naftalina, gli asciugamani e la biancheria conservati nel baule ricevuto in regalo con la dote nuziale, il ventaglio che in uso nelle sue mani raccoglieva secoli di comunicazione garbata e raffinata del genere femminile e il pettine per riordinare una capigliatura bianca, che aveva cancellato per sempre quella freschezza di giovane ragazza, come appariva nella foto insieme alla sorella: tutti gli accessori a lei cari non servivano più, le sue abitudini si stavano dissolvendo.
Una quindicenne degli anni cinquanta con un fisico da donna. Lunghi capelli castani, un cerchietto sottile a fermare le ciocche, un seno abbondante che si accennava appena sotto una giacca abbottonata fin sul petto, il colletto della camicia chiuso al collo e la femminilità era l’unica visione concessa. Un ritratto a mezzo busto che risaltava il portamento fine e i tratti autentici; pelle liscia e vellutata come una pesca rimembrava le poesie d’amore dei grandi poeti, occhi scuri e profondi esprimevano maturità verso la condizione femminile di quegli anni e labbra perfettamente disegnate lasciavano immaginare casti baci rubati in serate contadine. Una bellezza non rara per quel tempo quando le ragazzine dai capelli cotonati assomigliavano a bambole in ceramica ma con un carattere combattivo per allevare figli tanti quanti un reggimento.
Nessun difetto fisico da ritoccare con un filtro, nessun vedo-non vedo per attrarre l’interesse maschile. Solo un ricordo immortalato al volo nella spensieratezza e nella grazia della giovane età.
La nipote le aveva sempre invidiato quel fascino naturale e ogni volta finiva per innamorarsi di quel profilo.
Depositò tutto sul letto e con affanno si avviò verso la porta. Si girò di scatto e tornò in camera. Estrasse dalla borsa il fazzolettino e lo spiegò, apri il cassetto del carillon e ci fece scivolare dentro il contenuto: due anelli nuziali di un oro ormai sbiadito, indossato per un’intera epoca a testimonianza di un impegno solenne rispettato fino alla morte; usurato dal vivere quotidiano, dagli incidenti e dagli agenti esterni, come la vecchiaia e i farmaci che avevano preso il sopravvento consumando le energie e riducendo le forze vitali.
Una salita forzata su venti scalini la divideva dal reparto di rianimazione dove la nonna la stava aspettando. Ansia e agitazione si manifestavano nell’incapacità di infilare copri scarpe e un camice di protezione prima di accedere alla sala.
Sperò di incontrarla ancora vigile e conservò fino a quel momento la speranza di riascoltare il suo timbro di voce amorevole e bonario, mentre la chiamava per nome un’ultima volta. Sebbene le indicazioni mediche non avessero lasciato dubbi, il contesto in cui si affacciò apparse tremendamente penoso.
L’azzurro della stanza illuminato dai neon rendeva l’aria sterile. Macchinari in funzione con allarmi inseriti e display illuminati evidenziano numeri e intervalli. I comandi erano dettati da tabelle, sacche di liquidi infondevano sostentamento e idratazione a corpi disarmati e deperiti, respiratori artificiali garantivano la sopravvivenza in una condizione di criticità assoluta.
La sensazione era di trovarsi a una fermata dell’autobus in attesa di proseguire o aspettare un passaggio sulla via del ritorno. L’impotenza di fronte la prova più dura e ingrata da superare s’impossessava dei corpi diffondendo il panico nel solo intento di respirare.
E Lei era già stata soggiogata da questa fobia costringendo il personale a posizionarle una maschera con fuoriuscita d’ossigeno per favorire l’arrivo dell’aria ai polmoni e alle vie aeree. La maschera creava delle ulcere su alcuni punti del viso, tanto era stretta e impediva ogni sorta di dialogo.
Si avvicinò al letto, reso sicuro dalle spondine e le prese la mano. La cute era gelida, le posò un bacio sulla fronte, sudava freddo. Il corpo inerme nel letto, privato di ogni calore umano, giaceva immobile affidandosi a un domani sconosciuto. Gli occhi sorrisero alla vista della nipote e a stenti pose domande di circostanza, difficili da comprendere con la bocca incollata alla maschera. L’abbracciò forte per non lasciarla scivolare via, la rasserenò dicendole di non affaticarsi che al resto avrebbe pensato la famiglia, le stringeva la mano con l’assurda convinzione di allontanare sempre più il momento cruciale, l’accarezzava credendo di poterla accompagnare alla partenza di un nuovo viaggio, un viaggio di sola andata. Le parlò con il cuore nella paura che le parole potessero interrompere un discorso troppo profondo e dolce perché nulla è più straziante, rispettoso, premuroso e rassicurante del silenzio. E nella pace di un riassunto di vita fatto a quattr’occhi, trovò conforto l’aspirazione dell’anima.
Uscì fuori, l’aria era calda, il cielo azzurro. Lacerata interiormente da un dolore che metteva punto a un capitolo di storia, la ragione tramutava già scene reali di pochi istanti prima in ricordi indelebili nello scrigno della mente. Guardò il sole, s’innalzava alto annunciando l’inizio di una lunga estate e nonna la aspettava là, sulla sedia in terrazzo, con un sorriso tenero e lo sguardo perso nel sole di giugno.