Aprì il settimanale del giorno prima. Era certa di aver intravisto un articolo interessante. “Le Donne e l’amore a letto”, pensò facesse al caso suo.
«Romina, il solito?», chiese la ragazza dietro al banco.
Senza alzare lo sguardo rispose: «Sì, grazie!», già persa tra le righe del trafiletto, nella curiosità di soddisfare ogni sorta di dubbio, come se un banale reportage potesse rispondere a ogni suo perché in tema d’amore.
Il tono di voce aveva già segnato la giornata di un umore tutt’altro che allegro.
Lunghe unghie smaltate di rosso intente a sfogliare il giornale, bracciali d’oro tirati a lucido che ricadevano morbidi su un polso sottile, e anelli con appariscenti zirconi inducevano a pensare che si trattasse di una giovane signora di classe. Avvolta in un cappottino nero di alta sartoria, quella mattina indossava anche un occhiale grande e scuro che nascondeva uno sguardo melanconico e affranto. La accompagnava una borsa firmata YSL acquistata nell’ultimo negozio chic aperto sul corso principale.
Lo ripeteva spesso: la presentazione è il proprio biglietto da visita, parla di sé senza dire nulla.
Le piaceva distinguersi. Destava invidia tra le comari del quartiere che, dopo aver accompagnato i figli a scuola, si riunivano al bar predicando contro insegnanti e mariti con inutili chiacchiericci che duravano il tempo di una colazione.
Accomodata in un tavolino in disparte, fiutava quell’aroma di caffè che si diffondeva nel locale, convinta che fosse il primo input della giornata.
«Signora, il suo caffè!»
«Grazie, cara.»
Guardò allontanarsi Giulia, la ragazza che serviva ai tavoli e pensò che avesse tutte le carte in regola per fare strada nella vita. Bella presenza, gentile, rispettosa, lavorava per pagarsi gli studi. Aveva grinta e determinazione, l’aveva notata più volte rispondere a tono a quei quattro cafoni che spesso la importunavano. Sapeva dove voleva arrivare.
Spostò un poco più a destra il giornale senza chiuderlo, solo per far spazio alla tazzina. Era bollente come piaceva a lei. Giulia sapeva coccolare i suoi clienti. Non c’era la bustina di zucchero; un’altra abitudine che non ricordava nemmeno più quando era iniziata. Assumere un caffè zuccherato significava introdurre un difetto nel prodotto finale.
Fissava quelle quattro dita di liquido fumante lasciando scorrere in testa i concetti di amore, sesso e uomini evidenziati poco prima tra le righe e immediatamente la memoria si focalizzò sull’incontro della sera prima.
Un primo sorso e la bevanda inondò il palato; il gusto fece connubio con l’olfatto e accese tutti i sensi.
Il primo impatto fu di risveglio e il microprocessore della mente riconobbe ogni sapore.
Era un effetto forte, deciso che la riportava a un ricordo d’infanzia; iniziò a quell’età ad adorare l’essenza di quella polvere scura, quando la nonna la svegliava con la moka calda sul fornello.
Lasciare scendere quel goccio all’interno del corpo era il modo migliore per ricaricare il corpo di energie. Quando lo scontro superficiale si consumava, lasciava spazio a un retrogusto amarognolo che le permetteva di apprezzare fino in fondo tutte le qualità del composto. Dopo anni di degustazioni conosceva a distanza la miscela adatta a lei.
Con la tazzina ancora alla bocca, per un attimo socchiuse gli occhi e si fece davanti l’immagine della notte appena conclusa. Arrabbiata con sé stessa per non essersi sentita decisa come in quel momento, si era lasciata andare tra quelle braccia che l’avevano cullata ormai troppe volte. L’aveva incontrato con l’intento di riversargli addosso tutta la sua delusione, incoerenza, confusione; si era preparata un bel discorso certa di chiudere un rapporto che si trascinava da lungo tempo. Era seria, distaccata, fredda e aveva iniziato accusandolo.
Lui, quell’uomo che le concedeva ritagli di tempo, nottate nascoste a occhi indiscreti, uscite lontane a visi noti e serate saltuarie tra impegni di lavoro.
Si vedevano sempre nello stesso luogo e non era casa loro; sconosciuti in una stanza ormai famigliare, conoscenti affiatati di fronte a un’ingestibile passione. Lei pronta a smontare ogni sua teoria, a smascherare ogni bugia, voleva andarsene da un nido d’amore divenuto covo di rimpianti; lui l’aveva presa, buttata sul letto e le aveva invaso la bocca con un bacio di quelli che lei conosceva bene.
Le labbra appoggiate al bordo della tazzina, un secondo sorso.
Scene che lentamente stavano prendendo il sopravvento nel suo spazio personale. Aveva giurato di cancellarle ma loro tornavano sfacciate più che mai. Si mescolavano alla cremosità del liquido che ora riusciva a distinguere. Tutto si ammorbidiva e diveniva più dolce, tiepido come la temperatura. Una situazione già vissuta come un sapore archiviato ma individuabile all’istante.
Sentiva riempirsi lo stomaco di una soluzione che le piaceva e della quale non poteva farne a meno, dipendente da un benessere e una leggerezza come quella che le offriva il suo uomo nelle lunghe notti insonni. Quante volte si era sentita in balia di un’attrazione che non le lasciava via di scampo. Una personalità magnetica che la intrappolava anche da distante. Un giorno sarebbe finito tutto, lo sapeva, forse non era ancora il momento.
L’ultimo sorso di un piacere ormai freddo.
Era sempre così: si prometteva di berlo tutto d’un fiato e poi si ritrovava ad assaporalo e goderselo per lasciar spazio ad ogni fantasia.
La tazzina usata, qualche traccia di deposito a dare spiegazioni sul contenuto, e l’impronta del rossetto che firmava la presenza prima di andarsene, segnava la fine che aveva scelto per sé la sera prima.
Un timbro rosso sul colletto della camicia prima di uscire dalla stanza e l’aveva lasciato solo. Lui che per settimane non richiamava, spariva, diveniva freddo e perdeva ogni pregio.
Aveva scelto in quell’istante. L’indomani ci sarebbe stato un nuovo caffè, per una nuova storia.
Probabilmente avrebbe cambiato locale. Il caffè del bar giù all’angolo profumava di una tostatura più spinta, più intensa, più avvolgente.
Concluse che ogni ciclo aveva un inizio e una fine e lei preferiva voltare pagina.
Chiuse il giornale, raccolse la borsa e si avvicinò all’uscita. Suonò il telefono, un messaggio:
«Ti aspetto stasera!»
Non pensò nulla. La mente si offuscò.
Giulia la salutò:
«Buona Giornata Signora. Ci vediamo domani.»