Femminile plurale
Ti dico un segreto che non saprai mantenere
solo perché tu sparga la voce.
Perché la difficoltà aumenta e il grido è feroce.
Il grido di tutte le donne che propagandano a gran voce
l'importanza della giustizia.
E libertà. Per tutte loro, andate via in modo atroce.
L'uomo, si sa, è un essere imperfetto, può sbagliare.
Ma è mai stata scritta nella sua indole l'incapacità di amare?
Adesso sì. E lo dimostrano le muse angeliche sedute sulle stelle
per colpa di chi ha avuto la presunzione di comandare.
Non c'è una risposta corretta, non esiste vendetta.
Le anime innocenti delle donne ormai svanite
per colpa d'altri sono nella spiaggia, sono nella via.
Quella stessa via che ognuna di noi
ha il timore di percorrere di notte,
con le mani che tremano,
i pensieri che si affollano nella testa e fanno a botte.
La via in cui molte inghiottono parole e tormento
fingendo una telefonata:
"Ciao papà, tra poco torno, o forse no.
Secondo te è giusto che debba avere paura di essere stuprata?"
Ma non si dice mai.
Non si può dire.
D'altronde gli uomini non sono tutti lo stesso.
Eppure una donna con un vestito troppo corto
sarà sempre in cerca di sesso.
Una che vuole uscire con le amiche
pretenderà troppa libertà e dovrà chiedere il permesso.
Una che vuole i suoi spazi
sarà una poco di buono: "non esagerare adesso".
Siamo donne in cerca di riscatto,
che provano disperatamente a fare ciò che non è mai stato fatto.
Non vogliamo compassione,
non siamo animali da compagnia, da addestrare.
Non siamo degli esseri sconfitti da consolare.
Siamo il futuro di questa società
e l'unica impronta ancora tangibile
di tutte le donne spazzate via dalla cattiveria.
Perché sulle loro storie potrete decidere
di fare calare il silenzio,
ma finché noi ci saremo non le ricoprirete mai di miseria.
Tappateci la bocca, parleremo con il cuore e con gli occhi.
Perché voi siete tanti, ma noi, unite, siamo più forti.
Cosa farò adesso, senza il mio cuore?
La leggenda narra di un folletto misterioso a cui un giorno, tanto tempo fa, qualcuno spezzò il cuore.
Da quel momento il folletto giurò a se stesso che non avrebbe mai più permesso che questo accadesse,
anche a costo di non utilizzare mai più il suo cuore.
Passarono tantissimi anni e più il tempo passava, più il folletto diventava crudele, insensibile e solo.
Tutti iniziavano ad avere paura di lui, tranne una fatina.
Lei continuava a stargli vicina, nonostante lui continuasse a ferirla.
Fu così dolce e buona con lui, da convincerlo che sarebbe valsa la pena di mostrarle il suo cuore.
I due si diedero appuntamento sopra una stella.
Il folletto voleva che fosse un momento speciale e, dato che gli umani che aveva visto incontrarsi sotto le stelle durante questi anni gli provocavano una tale invidia, decise che li avrebbe battuti tutti.
Saliti sulla stella, il folletto prese in mano il suo cuore, molto cautamente e, proprio mentre lo diede nelle mani della fatina, il cuore diede il suo ultimo battito e si spense.
Il folletto non capiva proprio come potesse essere successo; era deluso e amareggiato e altrettanto lo era la fatina che, convinta che si fosse preso gioco di lei, volò via.
Il folletto rimase solo sulla stella e iniziò a piangere e urlare con tutte le forze che aveva.
A un certo punto sentì una voce, si girò e, alle sue spalle, vide la luna.
“Ciao folletto, come mai piangi?”
“Signora luna, non vede?
Dopo tanti anni ero riuscito finalmente a usare il mio cuore di nuovo e proprio quando lo stavo donando a qualcuno, ha smesso di battere.”
Il folletto riprese a piangere ancora più forte.
“Oh caro folletto, mi dispiace tantissimo, ma purtroppo è questo quello che succede quando non si usa il cuore: quest’ultimo si spegne.”
“Mia luna, cosa farò adesso, senza il mio cuore? Come potrò amare di nuovo?”
“Folletto, dovrai trovare qualcuno che sappia custodire il tuo cuore come un tesoro,
anche quando sarà spento.
Solo a quel punto, tra le mani di qualcuno che saprà prendersene cura,
il tuo cuore ricomincerà a battere.”
Le tue caramelle sono le migliori, nonna.
Stamattina mi sono dovuta svegliare molto presto
per andare al mio primo giorno di scuola.
E’ stato brutto, mi sono arrabbiata con nonna perché non capisco perché non posso andarci più tardi.
Sono dovuta entrare in classe da sola e ho pianto tutto il giorno perché non volevo che la nonna mi lasciasse.
All’uscita è venuta a prendermi, mi ha fatto un enorme sorriso, ha infilato una mano nella sua tasca e mi ha dato una caramella.
Io mi sono fiondata tra le sue braccia e le ho detto:
“ Le tue caramelle sono le migliori, nonna.”
Stamattina ho dovuto svegliare molto presto mia nipote per portarla al suo primo giorno di scuola.
So che per lei sarà stato brutto, ricordo quanto lo era stato per me.
Si è arrabbiata; quanto la capisco.
Quando ho dovuto lasciarla a scuola ha pianto tanto, mi si è stretto il cuore.
All’uscita sono andata a prenderla, appena l’ho vista le ho sorriso; ho infilato la mano nella mia tasca e le ho dato una caramella, proprio come quelle che mi dava mia nonna.
Lei si è fiondata tra le mie braccia e mi ha detto:
“Le tue caramelle sono le migliori, nonna.”
Ho sorriso e le ho risposto:
“Tu non hai idea di quanto passa veloce il tempo, bimba mia.”