Il cavallo di troia
Cingimi, come una cinta muraria
cinge la propria cittadella.
Tu fingi!
Qui chiusa sento l’odore dell’onta,
anche se non ho nessuna colpa,
a stento vado avanti,
fisso il pavimento
l’infermiere fa un cenno,
come noi avrà perso il senno.
Luna, tu piangi!
Io sposa di un destino,
che riposa nel letto di fianco.
Una culla per i sogni
Un bimbo solingo
nuota nell’acqua, morta, del Porto
non conta,
sta muto.
Così ho fatto un salto
dentro al nero cobalto di questo asfalto.
Ho tolto il grembiule,
per guardarlo dormire.
Son lontani quei giorni,
racconta i tuoi sogni
non più i miei lamenti.
Notti insonni
Scrivo tutti i giorni, notti insonni, a pensare te quando torni
questo silenzio sa di salsedine e incenso. Ergo penso.
Tra questi rifiuti tossici non sarà un tumore a ucciderci.
Se ti chiedessi: “Tu ora resti?” Che mi risponderesti?
Intanto parlo al frigo, sarà l’eccitazione o l’inizio di un disturbo dell’alimentazione.
Non reggo la migrazione della tua ostinazione, tenace come la pece.
Grido e cerco Pace!
Ma che ne sanno delle fosse di stati onirici, come fosse stato giorno tredici
io continuo a crederci.
Sarà l’età, saranno i tuoi occhi cenere, merce inerme del mio io lacero e lercio.
Sospiri come se
ovunque ci fosse del marcio.
Papà vorrei potessi prendermi ancora in braccio.
Un Kraken sul petto
Sii forte.
Oltre la coltre dissipato in un mare di senso sbagliato
nato diviso senza un vero sorriso.
Immerso in una bruma di vita derisa
non sarai in grado d’amare una donna decisa.
Eremo inerme su un mare d’odio.
Guardi distratto quell’esca, il filo si è rotto.
Sei stato il mio mostro infilato nel letto.
Ancora dormiente mi desto,
detesto il ricordo in cui lotto di colpo, col tuo polpo sul petto.
La favola di Luigina
C’era una volta,
Luigina.
Sedeva nei campi di grano quella piccina.
Sognava sempre il raccolto, anche il giorno che le han tolto la scelta,
ma questo non conta.
Non vede e non sente
colta da un male della sua mente.
Dietro una tenda raccoglie i profumi dell’orto,
a pieni polmoni quasi collassa,
timo, ginepro e la sua preferita:
la menta,
che aiuta noi altri e chi ci dimentica.
San Paolo
Luci spente è quello che sente,
attende silente:
i pensieri,
le paure taglienti.
Oltre quei sogni incostanti
son solo dolci ricordi
di un vecchio viandante.
È sempre pesante il pensiero
volante di quell’uomo,
che canta a un vile serpente
al centro del nostro cortile,
sibilante di un’antica Parola
ormai perduta.
Il pianto
Il dolore si scioglie
lui cola dall’occhio al labbro
scende fino in seno al mio petto,
così un po’ per dispetto
goccia a goccia scende sulla mia giacca.
Sto solo piangendo un fiume di rabbia.
Castello distrutto
del corpo mio morto.
Prego e spero che nulla non fosse,
se non il costrutto della mia mente contorta.
Anime perse
Io stavo fumando quando dalla finestra guardavo Kija, che in camera parlava con una terza persona dello scirocco che non mutava, come il libeccio del giorno prima, ma soffiava e gonfiava la riva marina:
“Ti sei accorta della contrapposizione delle nuvole montane, cariche di pioggia e terra? Quel tipo di acqua che quando cade giù fa salire l’odore della terra e dell’asfalto. Piccole cellule che scoppiano sul terreno e sprigionano profumo.”
E la mia amica fidata rispondeva: “Si è l’odore che preferisco, se poi i goccioloni sono enormi lasciano le orme sul suolo, come bombe che esplodendo lasciano un cratere. La forma prende il posto al senso olfattivo, le gocce cadono e di tanto in tanto faccio un fermo immagine per vedere le sacche d’acqua planare nell’aria come cristalli pesantissimi e lisci, ma quando precipitano non si frantumano come specchi, piuttosto si espandono e lasciano il segno, mentre si moltiplicano.”
In due era più facile immaginare le cose del Mondo, anche se quest’ultimo sembrava essersi dimenticato, non tanto di loro quanto di sé stesso. Solo così posso spiegarmi Kija nell’istituto psichiatrico, che non è un manicomio, eh no quelli non esistono più in Italia! È solo un istituto per i diversi. Quanti diversi sta perdendo il Mondo, che corre restando immobile, annaspa nella sua inerzia. Adesso “una” è diventata “troppi”, sono due, tre, mille.
La stanza è gradevole, Kija aveva visto istituti peggiori e saltellava da uno all’altro come un grillo o una cavalletta. Almeno quello sembra un luogo sicuro, fuori è pieno di brutture, che da lì dentro non si vedono. Lì dentro puoi stare a contatto con qualche vecchietta impazzita davvero, persone con famiglie lascive e due tre disturbi dell’alimentazione, un tossico dipendente di tanto in tanto, ma non di quelli veri, quelli da metadone. Loro hanno un altro magico mondo, che ha uno dei tanti nomi in codice, si chiama SERT.
La perdita di libertà è celata dal giardino con l’ora d’aria e le sigarette contate, ma che non mancano mai. I soggetti più interessanti, per Kija sono il ragazzo afasico con cui si gusta il silenzio nelle giornate grigie e il vecchio Macno.
Un uomo sulla settantina sempre vestito bene, che oltre ad una famiglia distratta aveva avuto un problema alle corde vocali e quindi parlava per tenersi in allenamento. Lui di certe cose dei giovani non si accorgeva, ma sapeva riconoscere il dolore ovunque e quindi occupava le sue giornate a raccontare storie su Torino e di quando ci lavorava. “Pieno di macchine” diceva sempre, ma lui credeva nella funzionalità dell’intelletto umano applicato alla manodopera. Più raccontava più io e Kija immaginavamo una società basata sull’uomo, una visione non del tutto Marxista, ma comunitaria ed utopica, come nella città del Sole di Tommaso Campanella. Sognavamo la natura, mentre Giorgio, all’anagrafe così si chiamava il Signore delle Macchine, raccontava della città, dei quartieri e delle strade asfaltate con le pietre, grandi e lisce.
Io intanto mi ripetevo nella testa parole, frasi, poesie, forse ninnenanne per colmare le mie fobie:
“Canto perso,
per ore sonore d’immenso dolore,
tramonto mio, senza colore
Vorrei capire dove vai a finire,
con tutto il tuo dire.”
Le fobie di Kija si trasformano in favole e il giorno che l’anziano gli svela l’arcano: “Tu figlia mia devi trovare il tuo Zenit” lei s’immaginò d’avere le ali, come Icaro e di volare fin sopra al Sole. L’assurdo era che in tutto questo Giorgio teneva stretto nella sua mano un Perseo d’oro. Utile, forse, a controllare che non andassimo fuori dai confini del tempo.
Kija non impiegò molto a capire dove fosse il suo mezzogiorno, il suo centro.
Era lì tutto attorno a lei, o almeno avrebbe dovuto essere lì, era il Mondo.
La porta dell’Ospedale era aperta. Era stata dimessa, anche se lei si sentiva solo una vecchia pezza dismessa, dimenticata per troppo tempo costretta a vivere una vita fuori posto.
I due Re
Il re di coppe girava a vuoto nel suo villaggio, quando dal nord della regione di Zion arrivò in visita breve il quattro di coppe, compagno di viaggio per diritto di nascita. Unico problema dell’ultimo arrivato era che spesso riempiva le coppe di schifezze, come la birra. Già a quota quattro alle quattro di pomeriggio.
Un giorno il quartetto alcolico disse: “viene un mio amico dal nord, andiamo a pescare” e il re di coppe rispose: “vengo anche io” e lì il primo esordì con un: “aah il re di mazze piace sempre a tutti!” con tono un po’ risentito. Arrivati a quel punto l’altro ribatté: “allora non può piacere a me!” in modo secco e duro.
Quel giorno intorno alle quattro di pomeriggio il re di coppe raggiunse gli altri due alla foce del fiume. Un posto incredibilmente bello. L’acqua dolce formava un turbinio di corrente scontrandosi con quella salata e i due avventurosi pescavano a spinning, uno a riva l’altro dalla battigia, perché oltre che ubriacone il quattro di coppe era pure claudicante, in quel preciso periodo storico.
Il regnante del piccolo villaggio quando arrivò trovò il suo pari (per ruolo, ma non per status sociale) con la tuta impermeabile e il cappellino a riva, gli si gelò il cuore e divenne muto. Così all’improvviso un po’ come quando era impazzito e si era chiuso come una rosa su sé stesso, anni prima. Lo guardava lo osservava e non capiva cosa stesse succedendo. Nel dubbio si allontanò per canticchiare una canzone, saltellando in mezzo alla sabbia, mentre il re di mazze stava di spalle e scrutava il mare, l’orizzonte, le anime che volavano via dal giardino dell’Eden. Posto incredibile anche quello, ci si doveva passare in mezzo per arrivare alla foce del fiume, era pieno di alberi dai tronchi tortuosi e con foglie lunghe e strette. Aveva perso gli antichi splendori tutto attorno sorgevano palazzoni in cemento e a terra, tra la macchia mediterranea, vi era una distesa di plastiche e rifiuti, che spuntavano come fiori dal terreno.
Solo ora mi rendo conto di non avervi raccontato un particolare importantissimo di questa storia, ovvero come arrivò il re di coppe alla foce del fiume? O meglio dall’altra sponda del fiume? Ebbene il nostro eroe camminava, si così si spostava camminando, e proprio a piedi attraversò il fiume. Si tolse scarpe e calzini ed immerse i piedi nell’acqua gelida in piena primavera.
Tornò altre volte alla foce del fiume, sia per vedere il re di mazze, che per stare solo e attraversò altre volte il fiume e non solo, ci camminò sopra attraversando un ponte. Mamma che coraggio! Il giorno che si conobbero avvenne qualcosa di strano, il capo delle coppe realizzò che non riusciva a smettere di seguire il capo delle mazze, un po’ come fanno le falene con le luci.
Ma il tempo passava e il re di mazze andava e veniva dal nord, in tutto questo il re di coppe realizzò che la cosa non lo faceva soffrire e decise che invece di amarlo avrebbe dovuto allearsi con lui. Per garantire un po’ più a lungo la pace in quella terra devastata dalle lotte e l’odio.
Ossa di patria
Persa,
Figlia di una Terra riemersa,
Immagino le storie di lotte,
Forse, se fossi di corsa
Non vedrei la nostra rivalsa
Tetra, intorno a occhi di pietra.