Una valigia pronta
«Leo, ma tu ci pensi che mio nonno non ha mai visto il mare?»
«Non c’è niente di strano, neanche mia nonna l’ha mai visto; mia mamma dice sempre che a quell’età ormai è meglio non farglielo vedere perché potrebbe impazzire».
«Impazzire? In che senso?»
«Beh è troppo vasto il mare. Potrebbe rimanere impressionata».
«Che follia. Dovrebbe sapere cosa si prova a stare dinanzi a un orizzonte senza confini. Potrebbe finalmente capire che esiste un qualcosa che non ha limiti».
«Ma tu, rondinella, cosa hai deciso? Partirai?»
«Non lo so, questo oceano fa paura anche a me».
«Sei solo troppo dritta. Dovresti imparare a ballare con i tuoi dubbi, invece di tormentarti».
«Tu non puoi capire quello che provo. Immagina che un giorno ti svegli e sei soddisfatto della tua vita, hai fatto tutto quello che dovevi: hai studiato, ti sei laureato, hai viaggiato, hai amato, ti sei divertito, hai vissuto. Sei quasi arrivato a destinazione, ti mancano poche tappe e poi avrai compiuto tutto ciò che avevi prestabilito. Manca così poco che puoi quasi già vedere la vita che hai sempre desiderato. La mattina dopo, improvvisamente, ti svegli e tutto cambia».
«Non è una valigia quella tatuata sul tuo braccio? Non hai sempre voluto conoscere il mondo e ogni cultura più remota? Ora che hai trovato finalmente il vero amore e che hai la possibilità di provare una nuova vita, rinunci a tutto solamente perché non è il futuro che avevi prestabilito?»
Guardo il vuoto, non so rispondere.
«Ma mi spieghi di cosa hai paura?»
«Ho paura di non tornare, Leo».
Furono le ultime parole che pronunciai quella sera; dopo qualche istante di silenzio, esausta, gli diedi la buonanotte e me ne tornai a casa. Io e Leo ogni sera ci fermavamo a guardare il mare prima di rincasare, ma quella sera lo lasciai a riva da solo. Avevo bisogno di pensare senza alcun condizionamento. Avevo bisogno di capire cosa volevo veramente, perché ormai non lo sapevo più.
D’un tratto, mi resi conto di non conoscermi realmente. E tutto questo accadde improvvisamente, alla giovane età di ventisette anni, il giorno che lo incontrai.
Non cambiarono le risposte, no.
Cambiarono solamente le domande.
Viaggiare era da sempre la mia ossessione; collezionavo i miei viaggi e me ne vantavo, come se ci fosse nell’aria una sfida a chi aveva fatto e disfatto più volte la valigia nella vita. Quando dovevo partire iniziavo a prepararla già otto giorni prima; la guardavo, la curavo, la imbellivo, perché ritenevo che lei – la mia compagna ormai – meritasse il rispetto di chi esemplificava la riuscita di un nuovo traguardo.
Iniziai a lavorare prima di terminare gli studi perché volevo avere la libertà di dire «parto». Prendevo il mio amato mappamondo, lo giravo e con il dito strofinavo la polvere fino al punto che avevo deciso. Iniziavo. Le piramidi del Messico. Gli Elefanti della Thailandia. Le giraffe della Tanzania. Il deserto del Sahara. Le balene dell’Islanda. L’aurora boreale della Norvegia. I tulipani di Amsterdam. Le baguette di Parigi. Le campagne della Romania. La storia della Germania. L’arte di Barcellona. Il sole di Malta.
Decidevo un punto di ogni posto e fino a che io e la mia valigia non baciavamo la sua terra, questo diveniva la mia ossessione.
Mio nonno, quando si sedeva per terra e apriva l’enorme cartina geografica nascosta in camera, cercava con il dito il luogo e misurava con le braccia la distanza dalla nostra posizione.
«Ma perché, perché, perché così lontano?»
«Non so, nonno; per visitare nuovi posti, per arricchirmi, per scorgere nei visi delle persone lontane una somiglianza tale da credere che forse siamo tutti figli dello stesso mondo. Cerco storie da raccontarti».
«Sì, e poi?»
«E poi torno, nonno. Torno sempre per raccontartele».
Gli ripetevo queste parole a ogni viaggio e adesso non facevano che rimbombarmi nella testa, creando un bel frastuono. È davvero così facile cambiare direzione? È davvero così facile non essere più chi si era?
Io volevo tutto, ma non volevo rinunciare a niente. Avevo letto, su qualche libro, che nella vita in realtà si poteva ottenere tutto, solo che con il giusto tempo. Non me ne capacitavo perché non riuscivo a credere che sarebbe mai arrivato il momento di dire addio a qualcosa per aprire le porte a un orizzonte nuovo. A ventisette anni – mi dicevano – hai tempo. Hai tempo di viaggiare. Hai tempo di esplorare. Hai tempo di amare. Hai tempo di cambiare. Hai tempo.
Io invece sentivo irrimediabilmente il tempo passare e non riuscivo a controllarlo. Non le ore, non i giorni, ma i mesi e gli anni passavano troppo velocemente senza che io riuscissi a catalogarli.
Mi sentivo sempre in ritardo, sentivo che stavo perdendo la ninfa vitale della mia gioventù in preda all’ansia di non vivere a pieno la mia vita. “Io-non-ho-tempo!!!” scriveva Italo Svevo nelle lettere indirizzate alla sua Livia, e io, come lui, credevo che ci fosse chiaramente un problema nella tela del destino che colpiva i poveri dannati che a lui si affidavano. Non erano loro che vivevano la vita, ma lei che li travolgeva. E io, ormai da troppo tempo, stavo diventando un burattino immobile in preda alle scelte di qualcun altro.
Io. Io. Io. Ma chi ero io?
Ero il tempo che scorreva. Ero un tormento.
Come un tarlo quest’idea del tempo s’era insinuata in un angolo della mia testa. La mente, per salvaguardarmi, alternava momenti di euforia a momenti di sabotaggio solo per farmi evitare di perdere il controllo; è un equilibrio che non si può controllare, lo stesso che sale dalla penna di uno scrittore quando si siede nel suo cantuccio convinto di buttare giù pagine e pagine di poesia e poi, invece, disperatamente si ferma alla prima riga e si chiede per quale motivo ha creduto anche solamente per un istante di essere speciale. Ecco, io mi sentivo così, ormai da mesi. Alternavo la mia finta gioia alla mia finta euforia per non far travisare a nessuno il minimo dubbio, ma dentro di me si contorceva un malessere che mi gonfiava la pancia e mi portava a digrignare i denti e tremare di notte.
«Sono una donna disfunzionale», mi ripetevo, mentre cercavo di comprendere cosa veramente dovessi fare per essere felice.
Avevo sempre quella famosa valigia pronta sotto il letto e per la prima volta nella mia vita quella valigia stava diventando un incubo senza precedenti. Io, in sostanza, volevo far felici tutti senza deludere nessuno, ma il problema è che qualcuno, inevitabilmente, si sarebbe scottato, e io non mi ero mai data la giusta importanza da prendermi anche solamente in considerazione tra le persone che forse meritavano di essere felici.
«Ma cos’è la felicità?», mi chiedeva la professoressa del Liceo mentre leggeva i miei temi sull’aurora boreale: “ho i piedi e le mani fredde ma il cuore e la speranza sono caldi dentro di me…”.
«La felicità, prof, è una valigia pronta per partire e una valigia pronta per tornare».
Io ero stata felice, fino a un certo punto, di avere una fissa dimora da riprendere e lasciare ogni qualvolta lo desiderassi, ma la gioia di partire era direttamente proporzionale alla certezza che tanto, prima o poi, sarei dovuta tornare; perché i momenti – ho capito quel giorno – si vivono realmente solo quando sai che comunque dovranno terminare.
«Ma cos’è che veramente ti fa paura?» Mi aveva chiesto Leo quella sera, e io non riuscii a dirglielo.
Di sentire avevo paura. Sentire il bene, sentire il male. Sentire per contrappasso. Sentire. Lo ripetevo talmente tante volte che mi rendevo conto di come pian piano la parola mi divenisse estranea, irriconoscibile. Ma cosa in realtà non volevo sentire?
Per un senso mai troppo compreso ho sempre sentito troppo. Troppo dalle persone, dai momenti, dai sorrisi, dal deludente. A me sentire terrorizzava e commuoveva. Sentivo troppo in un tramonto, in un atto di gentilezza a caso, nello sguardo di un anziano; sentivo troppo in un profumo improvviso che mi ricordava qualcuno, in un sogno non rammentato, in tutte quelle parole non dette, in tutte quelle che avrei potuto evitare, in tutte quelle che avrei voluto ascoltare; sentivo troppo in un libro, in un film, in una confessione, in un rimpianto, in un rimorso, in una nostalgia, in una vergogna, in una mancanza, in un colpo di vento, in un raggio di sole, in uno stormo che danzava, in una giornata piovosa dove la mia mente intonava inevitabilmente “Hello darkness, my old friend, i’ve come to talk with you again”.
Io sento, sento, sento troppo, Leo, aiutami tu a non sentire! Convincimi a non sentire più! Io voglio solo vivere, vivere, vivere!
Mi convinse. Una settimana dopo partii. La mia partenza fu così repentina che non lo dissi a nessuno per paura di ripensarci.
Mi fu difficile ammetterlo, ma fui molto felice.
Due anni dopo, sulla riva di un altro mare, io e Leo stavamo guardando le stelle mano nella mano.
«Peccato, stasera non sono riuscito a farti vedere la Via Lattea».
«Leo, ormai la conosco a memoria. E conosco anche tutte le costellazioni».
«Invece ricordi Le Pleiadi?».
«Sì, le sette sorelle. Sotto quel cielo ho capito di amarti».
«La tua valigia è pronta?»
«Da otto giorni».
«Mi mancherai».
«Tanto il cielo è lo stesso, Leo».
«Cosa si prova?»
«Cosa si prova a tornare, intendi?»
«No, cosa si prova a ricordare».
Io neanche lo sapevo più cosa si provava. Quel male era così gelido che il calore della vita lo aveva espulso totalmente dalle mie vene.
«Mi sento viva, Leo. Ora ho capito cosa si prova a vivere per sé stessi».
«E allora perché torni a casa?»
«Perché devo portare mio nonno a guardare il mare».