Alessandro Giovannoni

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AMORE VERO MA IRREALE

Un uomo single aveva stretto una sincera amicizia con una donna sposata, un rapporto
trasparente, senza secondi fini.
I due erano legati da una profonda sintonia di intelletto e spirito, una simbiosi in cui l’uno
stimolava ed alimentava l’altro in modo quasi irripetibile. Nei frequenti scambi tramite sms su
temi esistenziali e culturali, li accomunava il desiderio di conoscenza e ricerca, la voglia di
ipotizzare e approfondire, in un confronto sempre aperto, mai concluso, foriero di
potenzialità sempre nuove. Il rapporto era spontaneamente pieno di stima reciproca assai
rara, umana e intellettuale, e viveva nell’alveo di un affetto reale.
Ma, mentre lei, felicemente impegnata, lo manteneva nell’ambito fraterno, lui fatalmente virò
verso il desiderio di un amore intimo, che gli mancava ed era sbocciato.
A un certo punto lui, per non creare disagio e sofferenza a sé e agli altri, e avendo sempre
avuto intenzione di rispettare i sentimenti veri altrui, le dichiarò il suo sentimento, chiarendo
però subito che lo riteneva irrealistico, e chiedendole di interrompere ogni contatto. Lei capì,
e così fu.
In seguito i due si scambiarono solo gli auguri di Natale, Pasqua, compleanno.
La ferita di lui formò il coagulo, ma il taglio sottostante non si chiuse; se al pensiero di lei si
staccava un frammento di crosta, stillava ancora una goccia di sangue, contenente una
consapevolezza. Quella di aver dovuto rigettare un dono che la vita fa a pochi, ed una sola
volta: un rapporto di affinità e affiatamento radicato e inestinguibile, come quello fra due
tessere vicine dello stesso puzzle.

(tratto da una storia vera)

AMORE, DONO E POSSESSO

L’amore non può identificarsi con il possesso. L’amore non si esprime con l’appropriarsi di
una persona, condizionandone le azioni quasi fosse un bene di consumo, da usare
secondo il proprio criterio.
Amore significa voler bene, quindi volere il bene che l’altro progetta per se stesso.
Si ama solo donando: l’amore è un dono gratuito di sè che reciprocamente ognuno dei
due fa all’altro. Ma proprio perché è gratuito, deve partire dalla libera volontà della
persona, è una sua iniziativa.
Accettando tale dono, l’altro può agire l’unica forma di possesso coerente con l’amore:
l’intimità di mente e cuore, la condivisione di pensieri e sentimenti; amore che entra
sommessamente nell’animo altrui, rispettando ad ogni momento la realtà dell’altro.
Curiosità quindi, voglia di scoprire con meraviglia sempre nuova, accarezzando i lati più
delicati e sensibili dell’altro. Prendersi cura dell’altro, gratificando la sua essenza originale.
Ovviamente il dono deve essere reciproco e contemporaneo: ognuno dei due può
penetrare nell’animo dell’altro nella misura in cui concede anche il suo.
Da questa unione può nascere una forza ben più intensa della semplice somma delle
forze individuali, e nasce la vera protezione.
Non un individuo che protegge l’altro “gestendolo”, ma un percorso comune in cui la
reciprocità e la condivisione sono gli strumenti che danno forza ad entrambi.
Non l’amante che possiede l’oggetto del suo amore, ma due amanti che si “possiedono” a
vicenda, pur restando individui pienamente liberi.

RINCORRENDO LA VITA

Perché rincorriamo la bellezza, la bontà, la salute, la giustizia? Perché vogliamo una vita in
armonia, in benessere, edificante e stimolante e ci è impedita da sofferenze e dinieghi? Aspiriamo
all’infinito e siamo finiti, limitati da mille ostacoli, sempre causa di dolori prima di raggiungere anche
un solo brandello di bellezza e di gioia. Se in noi è stato instillato il principio del bene assoluto,
come elemento distintivo e irrinunciabile della vita, perché la realtà ne è così lontana? Più lo
perseguiamo, più ci sfugge e più ce ne affligge la mancanza. Bramo l’eterna e infinita grandezza
del bene e sono immerso nella contingente e infestante miseria del male. E’ tutto un inganno?
“Cogito, ergo sum”. Se si pensa si esiste, e si fa esistere anche ciò che si pensa. Quindi, se
concepisco l’assoluto, il mio pensiero fa esistere anche l’assoluto. Il pensiero è realtà in embrione.
Una radice profonda ci dice che esistiamo per l’amore, per l’infinitamente bello, l’infinitamente
buono. Il nostro spirito vuole scoprire la connessione con il bene assoluto e nutrirsene,
pervicacemente, instancabilmente, pretenziosamente. Mai lo possederemo totalmente: ma perché
sospendere il giudizio, senza sondare il mistero? Rischiamo di non sapere cos’è la nostra vita.
Il bene assoluto è’ tanto più in alto di noi che ci appare addirittura assurdo, una perfezione
irrealizzabile. Eppure, proprio perché lo percepiamo e lo pensiamo senza contenerlo, ha il crisma
dell’autenticità: mente e cuore lo desiderano perché l’hanno nel DNA.
“Absurdum est credere”? No, “Credere quia absurdum est”. La chiave di volta è un’inversione dei
termini del problema. Il bene assoluto è così “incredibile”, è tanto fuori dai nostri comuni parametri
realizzativi, che, se non fosse la verità, non potremmo neppure concepirlo, non darebbe idea di sé.
La realtà, dopo le doglie, lo partorirà. Utopia? Senza le utopie saremmo ancora all’età della pietra.

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