Turno di silenzio
Ogni alba ha un nome inciso,
tra l'acciaio e il cemento,
un respiro indeciso
che svanisce in un lamento.
Una scala, un cantiere, un ponte
dove l'uomo sfida il cielo,
e cade, invisibile, sulla fronte
mentre il mondo tira il velo.
Casco a terra, mani lese,
un'anima stretta tra le presse,
non c'è pausa né difese
tra la fretta e le promesse.
Chi controlla, chi comanda
non conosce quel sudore;
manda vite nella landa
e non sente quel dolore.
Non è il destino, non è la sorte;
lo diciamo tutti in coro:
è ogni giorno la morte
travestita da lavoro.
Ricordiamo nomi e torti,
fermi in foto, fermi in voce.
E alziamo alte grida e forti:
"Non si muoia sulla croce."
Ritorno d’autunno
Ti attendevo, autunno,
con i tuoi passi silenziosi
tra foglie che si staccano leggere
come pensieri finalmente quieti.
L’estate ha urlato troppo,
tra strade affollate e voci
che non lasciavano spazio al respiro.
Ora cerco il tuo abbraccio discreto,
le tue ombre più lunghe,
l’aria che sa di tregua.
Arrivi con i tuoi colori caldi,
oro e rame che scivolano sugli alberi,
un cielo più limpido
e il vento che porta conforto.
Nel tuo silenzio c’è musica,
nel tuo fresco la pace,
nel tuo ritorno la promessa
di ritrovare me stesso.
Raffaella La Crociera
Avevi mani piccole,
ma sapevano tendersi al dolore del mondo.
Tra le macerie dell’acqua e del fango
non chiedevi nulla,
offrivi il tuo passo leggero,
la tua voce minuta,
i tuoi versi diversi,
il tuo sì senza paura.
Salerno era lontana
eppure ti battè nel petto:
ogni moneta raccolta coi tuoi versi d’amore
fu una carezza promessa
per chi aveva perso casa, pane, sonno.
Tu, bambina nel 1954,
più grande del tuo tempo.
Poi la strada si è fatta crudele,
il destino ha chiuso gli occhi troppo presto,
e il tuo nome è rimasto sospeso
come un fiore spezzato dal vento,
come la più bella delle bambole
al tuo funerale.
Ma non sei caduta invano.
Perché chi dona
non muore mai davvero:
resta nel gesto che insegna,
nella luce che passa di mano in mano,
nel coraggio silenzioso
che nasce senza clamore.
Raffaella,
piccola grande anima,
sei memoria che cammina,
sei esempio che resiste.
Nel fango di ieri
hai acceso una stella
che ancora oggi
sa indicare la strada.
Napoli, ferita che canta
Napoli non si guarda,
si sente addosso.
Odora di mare e benzina,
di fritto già all’alba
e di preghiere mormorate nei vicoli.
È una donna scalza
che balla sul dolore,
una voce che ride
con gli occhi lucidi.
S’arrampica sui Quartieri
tra panni stesi e Madonne sbiadite,
e ti bacia le guance
mentre ti ruba l’anima.
Ogni pietra è memoria,
ogni crepa una storia,
ogni chiesa un grido d’amore
verso un cielo che sa di zolfo e miracolo.
Napoli ti consola e ti abbandona,
ti accoglie come madre
e ti spaventa come tempesta.
Ma anche quando fuggi,
non ti lascia mai.
Perché Napoli
è quel dolore che scegli di amare.
Quella ferita che canta
mentre sanguina bellezza.
Lina
Nel chiarore spento del capannone,
Lina sente il tempo scivolarle addosso
come polvere sottile.
Le altre, allineate come respiri trattenuti,
non la guardano: sanno anche loro
che il silenzio è l’unico lusso concesso.
Lei, intanto, ascolta.
Ascolta il proprio corpo vuoto,
che un tempo era un piccolo miracolo quotidiano,
che ora non riesce più a dare
il suo corpo è stanco,
pallido come l’alba che non vede mai.
Le sbarre le stringono il petto,
ma non il pensiero.
Immagina una terra che non ha mai toccato,
un granello di sole vero,
un’ombra fresca sotto cui poter dire:
“Io esisto ancora!”
Sa che mancano poche ore.
Lo sente in quel brusio disumano
che passa tra i corridoi come una sentenza.
Eppure, mentre chiude gli occhi,
non pensa alla fine.
Pensa al primo giorno in cui il mondo le si schiuse,
a quando credeva che il cielo fosse una promessa
e non un soffitto sporco.
Pensa che, in fondo, la sua vita minuscola
ha avuto un battito, un calore, un senso
che nessuna gabbia potrà toglierle.
E allora, nell’ultimo respiro,
si concede un sogno:
correre e volare libera finalmente,
senza numeri alle zampe, senza luci artificiali,
senza dolore.
Solo lei,
e un campo che nessuno potrà più proibirle.
La mela e il cuore
Nel silenzio grigio d’un giorno spento,
cammina curvato dal tempo, lento.
In tasca il vuoto, nel cuore il gelo,
tra scaffali dorati brilla una mela.
Calamita rossa, un preciso sentore,
un ricordo d'infanzia, d’un tempo migliore.
La mano trema, ma il gesto è deciso:
la fame non chiede permesso o sorriso.
“Fermo!” – la voce severa d’un addetto,
come spada cala in quel gesto maledetto.
Lo sguardo si abbassa, né scuse né grida,
chi ruba la fame, non mente alla vita.
Ma un passo leggero, un fiato vicino,
un bimbo si affaccia col viso divino.
“Tutto bene, signore?” – domanda puerile,
poi tende la mano, candida, gentile.
“È mio nonno, gli ho chiesto un favore.
La mela è per me, per il mio languore.”
Con occhi sinceri sfida il giudizio,
come fa chi è ancora della vita all'inizio.
L’addetto si ferma, la bocca si serra,
nell’aria si scioglie il gelo nel cuore.
L’anziano lo guarda, commosso e stupito
d’un gesto d’amore che vale una vita.
E il cuore del bimbo, così puro e leggero,
salvò un vecchio non più guerriero.
Nel mondo che corre, tra leggi e doveri,
è l’amore il più saggio di tutti i sentieri.
L’uomo invisibile
Sta lì,
dove il marciapiede finisce
e comincia l’invisibile.
Tra una coperta lisa
e un cartone che chiama casa.
Ha gli occhi pieni di passato
e il volto inciso dal freddo.
Ma la sua voce non la senti,
non perché non parla,
ma perché nessuno l’ascolta.
Passano in fretta
le scarpe lucide, gli sguardi bassi.
Qualcuno stringe la borsa,
qualcun altro accelera il passo.
Lui resta. Sempre lì.
Non chiede più niente.
Nemmeno pietà.
Solo che la pioggia non duri troppo,
che il vento non gli porti via i ricordi,
e quel cagnolino che conosce il suo cuore,
prega… che la notte non sia l’ultima.
Una volta aveva un nome.
Ora è “quello là”,
“il barbone”,
“il problema”.
Ma se ti fermi,
se guardi bene,
vedrai che nei suoi occhi
vive ancora un bambino
che sognava un tetto, una carezza,
una vita diversa.
E allora chiediti,
quando l’hai visto oggi,
sei passato oltre
o l’hai guardato davvero?
Nota dell’autore:
Questa poesia vuole dare voce a chi vive ai margini.
Non per compassione, ma per ricordare che l’indifferenza è la vera miseria.
L'Amore che Resta
Mamma, tu sei la culla del mondo,
la voce che canta nel silenzio profondo,
la carezza che il tempo non scalfisce,
sei l’amore che vive, che tutto capisce.
Hai amato i tuoi figli con forza infinita,
ogni tuo gesto ha donato la vita.
Nel tuo sguardo, una luce immortale,
un rifugio sicuro, un amore totale.
Ora tra cieli sereni son finite le tue pene
e il tuo amore, Mamma, non ha più catene.
Non c'è distanza che possa fermare
il tuo abbraccio che continua a vegliare.
Ti sentiamo nel vento che accarezza il viso,
in un timido riso, in un sogno improvviso,
in un raggio di sole che entra al mattino,
in un fiore che sboccia lungo il cammino.
Anche se il tuo corpo non è più qui,
la tua voce vive dentro di noi, così:
come preghiera che calma il dolore,
come promessa di eterno amore.
Perché tu, Mamma, sei l’eternità,
che batte nel cuore con dolce realtà.
Oltre la vita, oltre la sorte,
proteggi i tuoi figli… sii più forte della morte.
Età di vetro
Camminano con il cuore in tasca,
senza sapere dove metterlo
quando batte troppo forte.
Hanno spalle strette
per sogni enormi
e parole che graffiano
anche quando chiedono aiuto.
Sono case senza intonaco,
ogni sguardo entra,
ogni giudizio lascia segni.
Ridono per nascondere il tremore,
sfidano il mondo
per non dire che hanno paura.
Vivono sul bordo delle cose:
non più bambini,
non ancora adulti.
Il corpo cambia strada continuamente,
la mente corre, inciampa,
si ferma davanti allo specchio
come a un tribunale muto.
Basta poco per ferirli,
quasi nulla per illuminarli.
Un gesto vero,
una parola leggera, profonda,
qualcuno che resti
quando tutto spinge ad andare via.
Fragili come vetro sottile
i miei ragazzi
ma capaci di riflettere il cielo
meglio del mare profondo.
Se non li rompiamo,
se impariamo ad ascoltare,
possono diventare finestre
da cui il futuro impara a guardarsi.
Briciole e calore
Sul ciglio di un vicolo, tra fumo e cartoni,
siede un vecchio con stanchi polmoni.
Una giacca consunta, le scarpe slacciate,
i giorni contati, le mani spaccate.
Accanto, un randagio, spelacchiato e muto,
col fiato che fuma nel freddo assoluto.
Nessun collare, nessun padrone,
ma negli occhi la stessa prigione.
Il vecchio sorride, spezza il suo pane,
ne offre metà con un gesto da re.
Il cane lo guarda, poi si avvicina,
tra loro una pace che il mondo rovina.
Parlan con gli occhi, coi gesti leggeri,
nel silenzio che unisce i cuori sinceri.
L’uno dà briciole, l’altro calore,
insieme a mendicare un gesto d’amore.
La gente li sfiora, li evita appena,
ma in quell’angolo fatto di cura e di pena
cresce un’amicizia, fiera e discreta,
che dura ed è dura più d’una pietra.
Il vecchio non ha che un sogno e una carezza,
il cane risponde con lealtà e fierezza.
Due cuori ai margini, senza pretese,
che insieme si fanno più forti delle offese.
E se un giorno la sorte li vorrà separare,
che sia dopo un sonno di stelle sul mare,
perché un uomo e un cane, tenendosi piano,
hanno avuto il mondo… con nulla in mano.