Cinzia Falcone

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Racconti

IL MESSAGGIO SUL MURO

La strada che porta alla scuola, a quell’ora, sa di pane caldo e benzina. Samuele abbassa la testa dentro il cappuccio e cammina svelto, la chitarra in spalla come un segreto che pesa. Ogni mattina passa davanti allo stesso muro grigio, quello a fianco al bar di Karim. C’è sempre qualche scarabocchio, una firma, un cuore mal riuscito. Quella mattina, però, le lettere sono dritte, pulite, scritte con un gessetto bianco che graffia la luce:
NON SEI INVISIBILE. TI HO VISTO.
Samuele si ferma. Il traffico gli scorre accanto, un clacson distante, il tintinnio di tazzine. Sente la chitarra scivolare sulla spalla e la riaggiusta. “Che vuol dire?” pensa. Chi l’avrà scritto? È diretto a lui? Sciocchezze. Sbuffa, fa una foto col telefono e riprende a camminare. In classe non lo dice a nessuno.
Il giorno dopo, l’aria sa di pioggia. Il muro, asciutto a macchie, porta una nuova frase, tracciata con lo stesso gesso:
CONTINUA A SUONARE LA TUA CHITARRA. VALE PIÙ DI QUANTO CREDI.
Questa volta, il cuore gli batte più forte. Nessuno, oltre a Luca e Sara, sa della chitarra. Non la suona a scuola, mai. Suona la sera, sul pianerottolo di casa, piano, per non dare fastidio al vicino che si lamenta per ogni cosa. Chi può saperlo?
In corridoio, durante l’intervallo, infila la faccenda tra una battuta e l’altra. “Ragazzi, qualcuno fa il poeta sui muri del bar.” Mostra la foto. Luca scrolla le spalle: “Magari è un invito generico alla vita.” Sara strizza gli occhi: “O magari a te. Dai, è carino.” Samuele li guarda uno dopo l’altro. Li conosce da anni, gli si legge la verità in faccia quando mentono. Qui non vede niente di strano. Però una pulce nell’orecchio resta.
La terza mattina, il messaggio dice:
QUANDO SCORDI IL CAPOTASTO, IMPROVVISA. LO SAI FARE.
Samuele si gela. Solo una volta, una settimana prima, aveva scordato il capotasto sulla mensola d’ingresso. Aveva improvvisato, lo aveva persino divertito, ma l’aveva fatto da solo, sul pianerottolo, di sera. Come diavolo…?
Quella notte dorme a sprazzi. Sente in testa le parole che rimbalzano come biglie. Alle quattro e mezza si alza in punta di piedi, infila la felpa e le scarpe senza far scricchiolare nulla, e sgattaiola fuori. La città è un animale addormentato: pochi fari, il respiro delle fogne, un cane che abbaia da lontano. Raggiunge il muro. C’è umidità sospesa, come una polvere. Non c’è nessuno.
Aspetta un’ora, poi un’altra. Alle sei passa la spazzatrice e la signora Pina, che la guida, abbassa il finestrino. “Sei tu, Samu? Che fai, studi il marciapiede?” ride. “Signora Pina, ma le scritte sul muro… lei le vede prima, quando passa?” “Ci passo alle cinque e mezza, ‘sto giro. Le scritte sono già lì, sempre. Mai visto nessuno farle.” “Mai?” “Mai mai. E ho l’occhio da falco.” Solleva un sopracciglio, poi riparte.
Samuele resta lì, a guardare la superficie ruvida del muro come fosse una lavagna di indizi. Si avvicina. Sulle dita gli resta una patina bianca. Il gesso è di quelli morbidi, scivola facile. Pensa ai gessetti dell’aula di arte. Il bidello Bruno li ripone in un armadietto. Si chiede se qualcuno li rubi la sera, ma la scuola chiude presto. Chi ha le chiavi?
Quel giorno, all’uscita, compra un gessetto nel negozio di Karim. Karim lo guarda, curioso. “Fai il writer adesso?” “No, devo… lasciare una risposta.”
Sorride senza convinzione. Sotto le due frasi, tracciando piano per non tremare, scrive:
CHI SEI?
La mattina successiva, qualcuno ha risposto:
UNO CHE ASCOLTA.
Samuele ha la sensazione che qualcosa si sia spostato dentro di lui. “Uno che ascolta” vuol dire vicino, presente, non lontano, non online. Un quartiere è piccolo; le orecchie rimbalzano tra i cortili. Eppure nessuno parla, nessuno commenta.
Luca lo prende in giro: “La tua ammiratrice segreta.” Sara lo guarda di traverso: “O ammiratore.” Ridono. Lui no.
Comincia a notare particolari. Le lettere sono allineate come se chi scrive prendesse il tempo. La “e” ha una pancia stretta, la “t” tagliata alta. Le frasi compaiono sempre con gesso bianco, tranne un giorno in cui, forse finito il bianco, la scritta è in azzurro. IL CORAGGIO SI ALLENA. Azzurro come i gessetti usati dai bambini per disegnare sull’asfalto. Sotto, un minuscolo sole fatto di linee rigide. Lo aveva già visto, quel sole, disegnato su una copertina? Non ricorda dove.
Una sera decide di passare da Karim con una scusa. Il negozio sa di spezie e carta nuova. “Ti serve altro?” chiede Karim, lanciando un’occhiata alla chitarra. “No… cioè… i gessetti azzurri, li vendi spesso?” “Ogni tanto. A bambini, a una ragazza che abita sopra. Ne prende un pacco ogni due settimane. Quella con l’adesivo del girasole sullo zaino. Le dico sempre di non scrivere sui muri, e lei mi risponde che scrive sulle nuvole.” Sorride. “È simpatica.” “Come si chiama?” “Non so, non ricordo. Forse Irene. O Ilenia. Una di quelle.”
Irene. Il nome gli graffia addosso un ricordo. La presenza di una ragazza dell’artistico con un quaderno nero, sempre sola sui gradini, che osserva la gente uscire. C’era stata a una festa di fine anno, aveva provato a cantare un pezzo con il coro, ma la voce le si era spezzata dopo la seconda nota. Qualcuno aveva riso. Da allora, non l’aveva più sentita parlare.
“Non fare il detective,” si dice tornando a casa. “Sei ridicolo.” Ma la mente corre più veloce. Ripensa ai messaggi: uno che ascolta, il capotasto, il coraggio. Chi soffre di voce spezzata ti incita a suonare. Ha senso.
Quella notte piovve. La mattina seguente il muro è luccicante e freddo. Eppure le lettere sono lì, intatte.
MARTEDÌ PORTA LA CANZONE CHE TEMI. APRI CON QUELLA.
Sembra una sfida. Martedì, in effetti, ci sarebbe stata la serata aperta al bar di Karim, microfoni liberi, due canzoni per uno. Samuele ci va da ascoltatore da mesi, ma non ha mai messo il nome sulla lista. “La canzone che temi” è quella che chiude nel cassetto da tre anni, la prima che abbia scritto, così piena di cose vere da far paura.
Si iscrive. Lo fa spingendo il foglio verso Karim senza guardarlo in faccia. “Grande,” dice Karim, “finalmente.” Le mani gli tremano, ma più per un’eccitazione che per il panico. Scrive un altro messaggio sotto quello del muro:
SE VIENI, BATTI DUE VOLTE SUL LEGNO.
La risposta arriva all’indomani:
IL LEGNO ASCOLTA GIÀ.
“Criptico,” commenta Luca. “Romantico,” dice Sara. Samuele non commenta. Sente che sta correndo verso qualcosa, un centro, o un vuoto. E non sa se preferire l’uno o l’altro.
Martedì sera il bar è pieno, le lampadine appese come stelle basse, i bicchieri che suonano. Samuele tiene stretta la chitarra. È il quarto in lista. Respira. Sale. La mano gli si blocca giusto un attimo sul microfono. “Ciao,” dice. La sua voce sembra di qualcun altro. “Sono Samuele.” Guarda verso la vetrina che dà sul muro. Non vede nessuno che batte sul legno, ma potrebbe non vederlo.
“Comincio con una canzone che non ho mai suonato.”
Un paio di fischi di incoraggiamento, una voce “daje!”. Parte. Le dita sanno dove andare. A metà del ritornello, qualcosa si scioglie. Non sente più il tremore alla gola, non sente più i tavolini. Sente la canzone che lo attraversa, come se quello che aveva cercato di dire da anni fosse finalmente lasciato libero. Finisce. Silenzio di un secondo, poi applausi. Più di quanti avrebbe pensato possibile. Karim sorride dietro al bancone. Luca fischia, Sara urla “bravo!” alzando le braccia. Samuele sorride senza riuscire a fermarsi.
Quando esce, l’aria è fredda e pulita. Il muro lo aspetta. Ci trova una sola parola, segnata con gessetto azzurro:
GRAZIE.


Scoppia a ridere, da solo, per la strada, sentendosi sciocco e leggero. “Di niente,” mormora al cemento. Poi si guarda intorno: pochi passanti, una coppia che litiga sottovoce, un ragazzo in bici, la serranda del negozio di Karim a metà. Sopra, al primo piano, il balcone con i vasi di basilico è vuoto. Una tenda si muove appena.
Da quel giorno, i messaggi cambiano ritmo. Non sono solo incoraggiamenti. Sono indizi, piccoli dettagli.
IL GATTO BIANCO HA PIÙ CORAGGIO DI NOI.
Il gatto bianco è Briciola, la gatta che vive tra il cortile e la panetteria, che si infila sotto i tavolini del bar.
HO SENTITO LA NOTA CHE HAI STONATO E MI È PIACIUTA.
Lo aveva stonato davvero, un Mi che gli era scivolato, eppure faceva parte della cosa. E poi: SE UN GIORNO TI SERVIRÀ, C’È UNA MANIGLIA SULLA PARETE DIETRO LA PIANTA. Samuele, curioso, scruta. Dietro al grande vaso di gerani della signora del primo piano, una maniglietta arrugginita appare davvero. La alza: un piccolo sportello di ispezione del condominio. Gli viene da pensare che, volendo, si potrebbe entrare. Non lo fa. Ma capisce che chi scrive conosce ogni angolo di quella strada, come chi ci vive.
Un pomeriggio, all’uscita da scuola, si mette a osservare gli edifici intorno. Il primo piano sopra il bar, con la tenda che si muove sempre al minimo soffio: lì ci abita qualcuno che guarda molto fuori. Il secondo palazzo, quello di fronte, ha un balcone con uno sticker di un girasole sulla casella della posta. Sul gradino dell’androne, un gessetto azzurro è spezzato in due. Samuele lo raccoglie e si sporca i polpastrelli.
La sera, quando posa la chitarra, sente bussare piano alla porta. È sua madre, già pronta per il turno in ospedale. “Ti ho sentito,” dice. “Eri… diverso. Più forte.” Lui alza le spalle. “Forse qualcuno crede in me.” Lei lo guarda, incuriosita e stanca. “E allora credici anche tu.”
Il giorno seguente, decide che basta inseguire ombre. Passa da Karim a comprare una confezione di gessetti nuovi. Sotto l’ultima frase, traccia con una calligrafia che cerca di imitare quella precisa dell’Altro:
SE VUOI PARLARE, DOMANI ALLE 17. QUI.
Era rischioso, magari nessuno si sarebbe presentato. A volte, i misteri funzionano perché restano tali.
Alle 17 lui c’è, appoggiato al muro con la chitarra a terra, le mani in tasca, il giubbotto troppo leggero. La strada è viva: bambini con il pallone, signore con le buste della spesa, un signore con il cane che annusa ogni angolo. Passano le 17:05, le 17:10. Sta per sentirsi in ridicolo quando la tenda al primo piano si scosta e compare un viso. Due occhi scuri lo guardano, esitano, poi spariscono. Dopo un minuto, la porta del portone con lo sticker del girasole si apre. Una ragazza esce con un quaderno nero stretto al petto. Ha un cappello di lana e un giubbotto blu. Si ferma a tre passi da lui. Non parla. Sembra stia scegliendo le parole come chi impila bicchieri fragili.
“Irene?” dice Samuele, e le fa un cenno. Lei annuisce, appena. Gli porge il quaderno. Sopra, con una grafia ordinata, c’è scritto:
“Scrivo sul muro perché non mi esce la voce. Non sempre, almeno. Ascolto perché quando ho provato a parlare, una volta, mi hanno riso in faccia. Ti chiedo scusa se ho saputo cose che non avrei dovuto sapere. Il tuo pianerottolo dà sul cortile. Il cortile rimbomba. Non ti spiavo. Ti sentivo. E mi sembrava di conoscermi, ascoltandoti.”
Samuele la guarda e sente una cosa semplice: non c’è nulla di pericoloso in lei. C’è solo una timidezza spessa, come una coperta, e sotto un mondo che sussurra. “Perché proprio me?” chiede piano.
Irene abbassa gli occhi. Apre il quaderno su un’altra pagina. C’è un disegno a matita: il muro, la scritta NON SEI INVISIBILE e un ragazzo con una chitarra e un cappuccio. Sotto, in piccolo: “Perché l’ho letto sulla tua schiena quando cammini.” Scoppierebbe a ridere, se non gli venisse un groppo alla gola.
“E tutti quei dettagli? Il capotasto, il gatto, la maniglia…”
Lei scrive veloce. “La mano che cerca sulle corde quando manca qualcosa è la stessa mano che cerca le chiavi nella tasca sbagliata,” annota, poi: “Briciola dorme nel mio portone quando piove. La maniglia l’ha trovata mio fratellino giocando a nascondino. Giriamo qui da sempre.”
Resta un pezzo di silenzio. È un silenzio che non pesa. Ogni tanto qualcuno li sfiora, senza farci caso. Irene, ad un certo punto, si morde il labbro e scrive: “Se ti infastidisce, smetto.”
“Smettere di cosa?” dice Samuele. “Di scrivere? No. Però… parliamo. Anche senza voce. O con voce quando c’è.” Sorride. “Magari un giorno mi dirai anche una parola vera, dal vivo.”
Lei alza le spalle, come a dire “forse”. Poi prende un gessetto dal quaderno e, con un gesto rapido, aggiunge sotto tutte le frasi:
A VOLTE SERVE UN MURO PER DIRE QUELLO CHE NON SI RIESCE A DIRE GUARDANDOSI.
Samuele, per la prima volta, non si sente osservato: si sente visto. Che è diverso.
Da quel pomeriggio, i messaggi cambiano ancora. Cominciano a dialogare.
Un giorno Samuele scrive: “COME SI ALLENA IL CORAGGIO?” e l’indomani trova: “UN MILLIMETRO AL GIORNO.” Un altro: “E SE TORNO INDIETRO?” – “TI ASPETTO QUI.” Irene, a poco a poco, comincia a pronunciare una parola a settimana. “Ciao,” la prima. “Oggi,” la seconda. “Grazie,” la terza. Ogni parola le si sgretola in bocca come un biscotto troppo secco, ma lei la manda giù.
Non tutti sono contenti. Un mattino, una scritta in spray appare più in alto: SCEMI. Qualcuno ci ha messo rabbia. Samuele sente la vecchia tensione alla nuca, quella che lo accompagna quando incrocia Mirko e i suoi amici. Sta per grattare via la vernice con le unghie quando arriva Bruno, il bidello, con un secchio e una spugna. “Tranquilli,” dice. “Ci penso io.” Sfrega finché il nero sbiadisce. “I muri sono di tutti, tanto vale usarli bene.”
La notizia del “muro che parla” comincia a girare. Non come pettegolezzo, non come chiacchiera velenosa, ma come piccola curiosità. Qualcuno lascia un “buongiorno”, qualcun altro un “oggi controlla il cielo”, un bambino traccia un dinosauro. La prof Rinaldi, quella di italiano, scrive LE PAROLE FANNO CASE, e sotto i ragazzi cominciano a disegnare finestre. Mirko, passando, butta là un CHE NOIATE. Samuele lo vede fermarsi un secondo a guardare il dinosauro, poi proseguire a testa bassa. Forse non è che un abituato al rumore non sappia ascoltare: forse nessuno gliel’ha mai chiesto.
Un venerdì, Irene lascia un biglietto diverso, infilato tra i mattoni: un foglio piegato in quattro. Sopra c’è una mappa del quartiere, disegnata a mano, con segni, croci, rettangoli. “Ho fatto il catalogo dei posti con suono,” scrive. “Qui le ruote dei carrelli fanno musica, qui le persiane sbattono in La, qui si sente il trenino della sera come un basso.” È la sua città segreta, il suo spartito. Samuele lo tiene come si tiene una cosa preziosa, e quando quello stesso pomeriggio prende la chitarra e va al parchetto, prova a suonare con il ritornello delle persiane. Scopre che funzionano.
C’è un’ultima domanda, però, che gli gira in testa come una monetina mai caduta: il primo messaggio. NON SEI INVISIBILE. TI HO VISTO. Quando glielo chiede — “Come sapevi che mi sentivo così?” — Irene lo guarda a lungo, poi apre il quaderno. “Perché prima di scriverti l’ho scritto a me. E non bastava.” Gli mostra una pagina con la stessa frase, ripetuta su righe intere. “Avevo bisogno di dirlo a qualcuno che non ridesse. Quando ti ho sentito suonare, ho capito che forse eri tu.”
A volte, le spiegazioni non sono più complicate di così. Sono umane, e basta.
Arriva giugno. La scuola finisce come sempre finisce: con un miscuglio di sollievo e di paura per quello che viene dopo. Karim propone di dedicare un sabato al “muro gentile”: “Portate gessetti, colori, parole che tengano.” La gente arriva con scatole, con bambini che si sporcano le mani. Samuele disegna cinque linee come in un pentagramma. Irene, con le mani ancora incerte, scrive sopra grande: QUI SI SUONA. Bruno porta una panchina. La prof Rinaldi appende un cartello: SI PREGA DI RISPETTARE LE PAROLE. Persino Mirko si avvicina. Esita, poi traccia qualcosa piccolo, quasi vergognoso. Samuele finge di non guardare, ma legge: MI HANNO BOCCIATO MA TORNO. Gli verrebbe da dargli una pacca sulla spalla. Non lo fa. Lascia che il muro risponda per lui. Irene aggiunge: TORNARE È GIÀ UN PASSO.
Quella sera, quando il sole si sdraia lungo i marciapiedi e l’aria sa di pizza, restano solo loro due. Il muro è una costellazione di frasi, disegni, errori, risate. Samuele fa scivolare la schiena contro i mattoni e si siede. Irene si siede accanto, le ginocchia al petto. Per un po’ ascoltano il basso della città. Poi lei prende fiato. “Ciao,” dice. La voce è una scheggia chiara. “Ciao,” risponde lui, come se fosse la prima volta.
“Posso… dirti una cosa?” chiede lei, con quella precauzione che usano quelli che temono di rompere tutto. “Sempre,” dice lui. “Io… avevo paura che, se mi fossi mostrata, avresti smesso di suonare. Che suonavi per qualcuno che non doveva avere un nome.”
“Suono per me,” dice Samuele. “Ma sapere che c’eri ha cambiato quanto forte suono.”
Lei annuisce, guarda le punte delle sue scarpe. “A volte,” dice, e la voce qui quasi non esce, ma esce, “ti ho invidiato. La tua paura, anche quando c’era, aveva un suono. La mia paura è muta.”
“Lo era,” dice Samuele. “Adesso sa dire ciao.” Irene ride piano. È un rumore bellissimo.
Prima di andarsene, lui prende un gessetto bianco. Pensa a tutte le parole passate, a quelle future, a chi passerà di lì domani, tra un sacchetto della spesa e un cappuccino. Pensa a chi si sentirà invisibile, a chi si vergognerà, a chi farà il gradasso per coprire il buco al centro. Scrive lento, come aveva imparato guardando la calligrafia di lei:
SE TI SEMBRA CHE NESSUNO TI VEDA, LASCIA QUI UN SEGNO. TI VEDIAMO NOI.
Si allontanano insieme, senza toccarsi, poi al semaforo le loro mani si cercano un attimo e si trovano, timide, come due uccellini stanchi che decidono di posarsi sullo stesso ramo. Il quartiere intorno continua a vivere, a suonare bicchieri, a far scorrere biciclette. Il muro resta, con le sue frasi nuove e già un po’ consumate.
La mattina dopo, Samuele torna come sempre. Il pane profuma, la benzina graffia, le foglie pendono. Sul muro, sopra a tutto, una riga sottile in gessetto azzurro dice:
CI SONO.
Lui appoggia le dita alla pietra. “Anch’io,” sussurra. E passa, con la chitarra in spalla, dentro un giorno nuovo.

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