La notte sveste corpi e pensieri
e ciò che resta è l’essenziale.
L’anima nuda è di fronte all’enigma.
Essa scruta il divenire del mondo.
L’imponderabile estensione dell’io lo conquista,
diviene esso stesso mondo,
annienta l’universo intero
e compromette l’Assoluto.
Il concetto sorge laddove l’azione si arresta.
La notte escatologica protegge l’oscurità del senso.
Dell’alba un uomo non ha più bisogno.
Un menestrello dalle dita tozze
spacca le confuse note della vita
in un mortaio rivestito di cristallo
dove si frantumano le ore rubate dal vento.
Vuote, le gote di un pagliaccio
nascondono uno sguardo di cemento
che ai bordi di una strada
fissa sconsolato un semaforo spento.
Una penna intanto si consuma,
e non è un buon presentimento.
Un desiderio spasmodico
riempie il vuoto iconologico
tracciato dal concetto di extra individualità.
Tendo l’arco di un’ontologia arcana
i cui dardi spuntati
emettono stridule voci.
In spalla reco una faretra colma
di rotti pensieri, frastagliati bagliori
che accecano il volto
sconvolto
di impacciati arcieri.
Dal novero delle scelte
ci è preclusa la ragione sufficiente.
L’Essente scorre su un piano inclinato
verso il possibile, scrutando l’improbabile,
percosso in un’arena democritea
dove un riso sardonico
si fa beffe dell’inattuabile.
Con passo incerto e sbilenco
rechiamo omaggio a un Sisifo confuso:
rotola la vita con sforzo vano,
profuso nella ricerca del punto di caduta
fra lo Zenit e il Nadir, poli opposti
dispersi nel segreto dell’inafferrabile.
La mancanza di estetica
è un affronto che un animo affinato
mal sopporta.
Si addensa la materia torva,
corrosiva, cui fan scorta
le torbide oscillazioni umorali
di una specie storta.
I pensieri vanno in cerca di orbite pulite
come fanno i satelliti coi loro reggitori;
per essi un sole è la maggior cometa,
agli altri toccò in sorte
d’esser semplici uditori.
Di voci fioche.
Di luci roche.
Di fatue braci.