Gianni Mastroeni

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Poesie 2

1. Un pensiero 

Di tutto il male del mondo
chissà, anima gentile, che te ne fai?
Nell’eterno tuo impossibile
esser Bambino.

Un abisso delicato
che schiaccia e carezza, brutale
ogni angolo delle tue ombre;
nello scoccare impossibile
della tua mezzanotte, dimmi:
sorge mai il sole?

T’ha rubato tanto la violenza
tanto e forte e
pensavi d’esser tu la ladra,
pensavi d’esser tu violenta e, forse,
è stato meglio che pensar d’essere te;

Tu, che cerchi occhi che non odino
/o che t’amino senza far male/
e che pure, forse, non sai come son fatti
e se lo sai, anima mia,
forse, non sai come distinguerli.

Che il furto stronzo e crudele che la vita t’ha fatto
sarà un sole eterno anche per chi non c’ha gli occhi, io
non ho dubbio alcuno.

A volte sai, vorrei prestarti i miei occhi
per farti vedere come sai apparire
senza quell’odio confuso che ti lotta dentro
e che ahimè non sai Dire.

T’hanno rubato le Parole anima mia
così è di immagini che ti racconti
e vivono forti i tuoi Sensi
nei quadri che non sai parlare,
nei corpi sfiniti in cui ti confini.

Sarà l’immagine
d’un micino estroso che ti prende per mano
a ricordarti di non dimenticare;
che va bene stare in silenzio, anche quando fa male;
che per toccarsi davvero, alle volte
non servono le mani

2. Sorpresa:

Era forse una notte come un’altra -seppure mai le notti sanno restare identiche fra loro-
era come raccolto in un nucleo di tenerezza, come si fosse accucciato, raggomitolato, per tentar di regalarsi quella tenerezza lontana che tanto avrebbe voluto avvicinare.
Scorrazzava forse, in quel terreno dolce e ostile d’una solitudine dubbia: il desiderio d’isolarsi, l’irrefrenabile e incomprensibile desiderio di ritorno all’Uno che spesso inconsolabilmente ci macchia il torace e di cui, in un modo o in un altro, ci si deve far carico.
Tra il silenzio di fuori che segue ad una brutta notizia e quello di dentro che ingaggia la deiezione.
Sono come coinvolto in questo tenero abbraccio.
Un cuore dolce e organizzato desidera sempre che qualcuno di specifico irrompa nei suoi tanto agognati confini, senza chiedere permesso, seppur con gentilezza - questo credo io.

Così, d’improvviso,
la sorpresa poi
il silenzio d’una tenerezza indicibile.
Eccoli scomparire, sciolti
nella cera viscosa del bimbo
libero dalle catene,
libero di sconfinare!

Non so proprio se sia questo l’amore;
senz’altro qualcosa mi ha toccato,
il filo teso e familiare di qualcosa che sa tornare a casa.

3. IL TAGLIO

La fiera delle incertezze
annuncia il cambio di stagione;
esiliato per qualche tempo
ogni inutile strato di calore:
-non ci serve più questo,
dicono con sufficienza,
ci ripenseremo più avanti.

Sono un’ondina timida e stanca
del mare che ti lambisce il guardo;
sono la spuma dolce della Tachipirina in cui cerchi salvezza, la stessa dell’oceano salato in cui ti tuffi per
non pensare.
Sono il gusto dolce amaro delle sigarette che ti stancano; sono la ruota posteriore della tua macchina
che, un giorno, trovi fiacca e bucata;
sono la spazzatura che rimandi di buttar via, la scatola dei ricordi in soffitta.
Sono il vento che spalanca le tue finestre, l’aria fresca che raddrizza i peletti e rabbrividisce la tua pelle liscia; sono un laccio delle scarpe proprio il giorno in cui si rompe, la matita ormai sfinita in cui ti congeli nell’amore;
sono la macchia d’olio sulla tua maglia preferita, il taglietto sull’indice mentre pregusti la tua cena prelibata.
Sono il privilegio sporco e stanco di cui consisto e a cui m’abbandono, il pranzo di domenica con parenti e parentesi; sono il tuo film preferito, che un giorno o l’altro finirà per stancarti.

Ascolto attento l’Alto che decantano questi uccellini: sembra vogliano suggerirmi qualcosa alle volte
eppure forse, stan solo facendo il loro misero ed immenso lavoro.

Sono il mantello di dubbio in cui t’avvolgi in me,
l’aria pulita di ciò che non si conosce,
lo straccio umido con cui puliamo e che ci fa sentir umani.

Sei,
forse, un gioco virtuoso del pensiero: hai lo scopo di un dio,
o il tragico t’esprime?

Ancora.
Il fumo nella stanza ha roso l’aria
e tu sei:
la balbuzie che succede a questo predicato nominale, la cenere e la buona salute che cadono da questa sigaretta abbandonata;
sei lo sguardo vispo di un bambino ribelle e
il rumore d’un mobile che cade, urtato dal gattino che carezzi e che forse è,
per te, simbolo di ciò a cui non si può rinunciare.
Sono la comodità borghese delle case calde e accoglienti, non troppo e non troppo poco illuminate.
Sei il verbo essere,
eppure non sei dio.
Sei senz’altro il tuo nome e,
ancor di più,
tutto ciò che questo non sa dire.
Sei la stanca difficoltà
di navigare in questo predicato nominale:

sono nato mentre ridevi
e m’ammalo, m’ammaro
in questa dolce illusione

4. //sono:

sono il colpo in gola della prima sigaretta ogni mattina;
sono la luce che t’incendia le ciglia mentre salti la colazione;
sono il vuoto nello stomaco a metà giornata che riempi con la seconda sigaretta;
sono la mela rossa di cui ti nutri immaginando, con le gambe principescamente accavallate;
sono il bene che ti fai volere da chi ti odia e l’odio che ti riserva chi più ti ama; sono un fastidio intestinale a fine giornata che ti esclude, mentre tutti si tengono la mano al tramonto.

Sono il fastidio nelle orecchie dopo un rumore sgradevole, lo sgomento durante un contatto assai intimo;
sono lo sguardo con gli occhi del tuo prossimo amore;
sono la tosse grassa sulla via del ritorno a casa.

Sono lo sguardo obliquo che ricevi mentre parli fra te e te;
sono il grande Oggetto da cui ti senti inseguita nelle grigie giornate;
sono gli incubi che fai da quando eri piccola, sono le lacrime versate: in ogni momento in cui le hai versate senza volerlo;
sono il dolore ad una caviglia dopo un salto spericolato, lo sputo sulle mani per pulire una ferita:
la fretta del ritorno,
più di quella dell’andata.
Sono la tua solitudine nel silenzio acido; sono il fischio nelle tue orecchie mentre riorganizzi la mente camminando.
Sono il punto fisso su cui ti s’incastra lo sguardo quando pensi intensamente a qualcosa.
Sono la dolcezza nei toni che usi senza volerlo;
sono il diaframma che si distende quando ci si concede alla spontaneità; sono il fastidio soddisfatto di avere la pancia piena.
E anche se non ho mai imparato
t’aspetto ancora all’amore
seduto scomposto come un bambino
con le braccia senza oggetto
mentre fisso l’orizzonte.
In quel bagliore di luce
riflesso nei tuoi orecchini
ho capito chi ero:
era caldo, arido, arrugginito e freddissimo.
Dovevo andare via, dovevo dimenticare tutto!

5. (Un) Ricordo

il fresco chiaro e pulito
(sei)
che bacia l’ventre d’un bue sfinito
e l’sollievo in quei suoi occhi
neri e sordi.
Una doccia sotto al sole
e la danza gloriosa della primavera
nelle guance arrossate e
nel profumo - ai fiori
rubato dal vento.
eccomi figlio d’un disincanto rubato;
una fotografia viva nell’assenza:
uno scarto, una frattura
la torsione d’un abisso

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