Ti racconto una storia
Tanto tempo fa, ma davvero tanto, non c’era mamma tv, vi era un solo canale e le trasmissioni non duravano tutto il giorno, la programmazione durava poche ore e nel pomeriggio c’era la tv dei ragazzi. Mi ricordo che a quell’ora correvo dentro casa poiché giocavamo fuori con tutti i bimbi del vicinato e mi posizionavo davanti alla tv, aspettando con ansia l’inizio dei programmi. Oggi la tv, definita il nuovo focolare domestico, ha una notevole quantità di canali e la programmazione è molto varia. C’è l’imbarazzo della scelta e lo zapping fa da padrone. Il capo branco è chi tiene il telecomando in mano, ti puoi salvare se in casa c’è un altro televisore in un’altra stanza, solo lì, chiuso da solo, in piena autonomia, puoi scegliere cosa vedere. A quei tempi non era così, non tutti avevano la tv, ancora il boom economico non era scoppiato e questa situazione faceva sì che le famiglie si riunissero, ci si incontrava a casa di parenti, amici o di conoscenti. Altri si ritrovavano nei locali pubblici o al cinema. Il gossip non si faceva in tv o sui giornali scandalistici ma ” porta a porta”, per i più intraprendenti bastava origliare dietro le porte. In quegli anni io ero una bimba molto piccola con i capelli biondi, la mamma me li curava molto, me li pettinava e mi faceva le treccine che abbelliva con bellissimi nastri colorati. Mia madre era impegnatissima con noi figli, eravamo tre, non era nato ancora il mio terzo fratello, ma nonostante ciò, vi era un momento magico, dove tutto si fermava e riuniti accanto a lei, iniziava a raccontare, a narrare di fatti vissuti da lei tra i sette e gli undici anni durante la seconda guerra mondiale. Prima a Palermo, poi a Salaparuta e infine a Genova, dove mio nonno era stato trasferito dai Cantieri Navali di Palermo per continuare a lavorare. I fatti erano sempre gli stessi ma arricchiti dalle risposte alle mie domande sempre più curiose su fatti e persone che man mano si presentavano nel racconto. Vedevo mia madre come una mamma super coraggiosa e mi chiedevo sempre cosa avrei fatto io al suo posto. Mi faceva tremare dalla paura il racconto della corsa ai rifugi non appena suonava la sirena, li immaginavo mentre correvano come lepri per nascondersi come topi impauriti nei ricoveri. Quando suonava la sirena non sempre i miei cari erano insieme, spesso si trovavano divisi nei rifugi poiché al momento del bombardamento si trovavano in posti diversi e durante la permanenza in questi sotterranei, convivevano con la paura, perché fino a quando non suonava la sirena che li avvertiva del cessato allarme e uscivano fuori, non sapevano cosa fosse successo in città e la sorte degli altri familiari perché le bombe a volte cadevano nelle vicinanze o addirittura sui ricoveri. La protagonista dei racconti era la fame, tutto ruotava intorno ad essa. Ci raccontava delle file interminabili da fare per prendere il necessario per sopravvivere, dato dallo stato, con una tessera, dove veniva calcolato minuziosamente quanto spettava ad ogni persona. Imparavamo che c’era il mercato nero, dove potevi comprare di tutto se avevi soldi o se avevi oro da vendere. Si rammaricava che pur essendo italiani e nella stessa tragica situazione, la guerra, non si era solidali e caritatevoli, ancora le faceva male il ricordo di quei cartelli sui muri o sui portoni delle case che avvisavano che non si affittavano case ai meridionali. Il tempo passa ma i pregiudizi restano!
Quando suonava la sirena………!
Mia madre è nata a Palermo, nella borgata dell’Acquasanta vicino il Cantiere Navale, dove mio nonno lavorava. Con l’avvento della guerra il Cantiere divenne un obiettivo militare, a causa dei bombardamenti fu ritenuto, dalla sua famiglia, un posto non idoneo, dove continuare a vivere. Si trasferì così nella borgata di Altarello di Baida, esattamente in via Pitrè, la strada che collegava la via Cappuccini all’aeroporto militare di Boccadifalco. Qui si stabilì e vive ancora oggi. Questa era una zona molto verde, ricca d’acqua, con molti alberi di arance, limoni, mandarini e nespole. Poche le famiglie radicate sul territorio, poche le abitazioni. Vi erano delle ville, dei fondi e dei bagli. Anche se piccola, questa comunità, accolse senza esitare i molti sfollati che provenivano da varie zone di Palermo e che lì si erano trasferiti a causa della guerra. L’aeroporto era presidiato dai tedeschi e proprio sopra vi era una galleria che i residenti usavano come rifugio antiaereo. Quando suonava l’allarme, cominciava la corsa e come lepri iniziavano a correre verso la collina, verso la salvezza, da incoscienti, perché gli americani sorvolavano la zona con i loro aerei e andavano a bombardare l’aeroporto, poiché obiettivo militare. Un altro punto di raccolta, durante i bombardamenti era in via Cappuccini. Ancora fino a poco tempo fa era possibile vedere una freccia blu con scritto “RICOVERO m 15” sui muri di alcuni palazzi antichi. Segnalava il percorso più breve per raggiungere tutti i tipi di rifugio, con relativa distanza in metri ancora da percorrere. Un giorno, durante un’incursione aerea, mia madre con i suoi, si avviava verso la galleria, lungo la strada vi era una casa abbandonata, qualcuno si fermava lì e mio nonno si era deciso di fare altrettanto. Vi era molta gente rifugiata, mia madre, forse in preda al panico, pregò mio nonno di non restare lì e di proseguire la corsa. Mio nonno la accontentò. Rimasero molte ore nascosti nel ricovero perché quel giorno, la sirena, che avvertiva che l’incursione era finita, si fece attendere. Scampato il pericolo, si avviarono verso casa. Passarono di nuovo vicino la casa, rimasero pietrificati, si erano salvati per miracolo, di quella casa abbandonata non erano rimaste che macerie!
Sfollati a Salaparuta!
Per un breve periodo i miei nonni si trasferirono a Salaparuta, paese originario della nonna. Mia madre era felicissima perché con loro vi erano diversi cugini su per giù della stessa età. Come detto tante volte c’era molta fame e per i bambini ancora di più visto che era l’età della crescita. Il posto era molto bello, in piena campagna, luogo adatto per le scorribande dei bimbi. Lì vicino vi era un campo coltivato a fave e si sa che le favette fresche sono molto tenere e deliziose. Un’idea fissa cominciò a serpeggiare nelle menti di loro bambini, dovevano raggiungere il campo ma non dovevano essere visti. Come fare? Nelle riunioni segrete tra di loro, ogni bambino esponeva un piano, ma non fu facile trovare una soluzione. Uno di loro notò che le fave erano cresciute tanto, gli steli erano alti, e tra una pianta e l’altra c’era un po’ di spazio. Portò alla riunione un suo piano, avrebbero strisciato a terra tra le piante e così nascosti dalle piante avrebbero potuto fare una bella scorpacciata di fave. Tutti accettarono di buon grado e aspettarono il giorno seguente per entrare in azione. Tutto sembrava andare per il meglio ma non avevano previsto che le piante al loro passare si muovevano e che i proprietari da lontano controllavano il terreno. Prima di uscire rimasero nascosti per un bel po’, sapete perché, i proprietari cominciarono a gridare perché avevano capito che c’era qualcuno, in assenza di vento non era possibile che le piante si muovessero. I bambini rimasero immobili mangiando tutte le fave vicino a loro e aspettarono che non si sentisse più nessuno urlare. Riuscirono a scappare ad uno ad uno senza essere visti. Tornarono a casa e furono rimproverati perché si erano allontanati per molto tempo destando preoccupazione tra i grandi che erano all’oscuro di tutto.
Una buona colazione!
La mattina non c’era molto da mangiare, erano in molti e molti bambini. Il latte lo bevevano, le mucche c’erano e producevano un buon latte, ma i ragazzini avevano sempre fame e andavano alla ricerca di qualcosa da mettere nello stomaco. è PROPRIO VERO LA FAME AGUZZA L’INGEGNO E UN ALTRO PIANO AVEVANO IN MENTE. Avevano notato che una vicina aveva molte galline e che facevano ogni giorno molte uova, questo era un altro obiettivo da raggiungere, la conquista dell’uovo ogni mattina, ma come fare. Non potevano prenderle e portarle vie, se ne sarebbero accorti che mancavano le uova e avrebbero subito pensato a loro. Un altro modo ci doveva essere! Ripresero le sedute segrete e l’esposizione dei vari piani d’azione. Maschi contro femmine, ma alla fine una decisione fu presa. Le uova sarebbero rimaste lì ma vuote, come fare? Facilissimo, si bucavano con uno spillo da tutti e due i lati e si succhiavano facendo attenzione a non rompere il guscio. La missione incominciò, furono fatte fuori diverse uova! La vicina intrattenendosi con i grandi cominciò a lamentarsi, non capiva come mai trovava alcune uova vuote senza contenuto. Era molto strano e pensò che le galline dovevano essere ammalate di qualcosa, ma non capiva cosa. Lo capirono i grandi che scoperto l’arcano li rimproverarono aspramente, si fecero promettere che non l’avrebbero fatto più. La vicina non seppe niente di tutto ciò perché nel frattempo le galline, erano guarite!
Una brutta avventura!
Anticamente non vi erano le fognature, in casa non vi erano gli scarichi come ora, per andare in bagno si usavano dei recipienti in terracotta dove tutti facevano i loro bisogni e poi venivano svuotati. Qui in campagna a Salaparuta vi era un piccolo fiume dove veni va svuotato questo recipiente e si ripuliva nell’acqua del fiume. Bisognava stare attenti perché ciò che veniva buttato a volte rimaneva fermo e bloccato in una parte e si accumulava per cui la sera specialmente al buio bisognava stare attenti a dove mettere i piedi. Mia nonna non faceva mai questa operazione, andava mia madre che sapeva come destreggiarsi sul posto. Non conosceva nemmeno il posto e quindi non andava mai. Mia nonna era sorda, non sentiva nulla e solo gridandole nell’orecchio riusciva a capire cosa si diceva. Pensate di sera al buio distante da qualcuno e senza poter leggere le labbra, cosa poteva succedere. Una sera decise di accompagnare mia madre al fiume. Camminavano lentamente e arrivarono sul posto. Mia madre le gridò di fermarsi e iniziò l’operazione che faceva ormai abitualmente. Perse di vista un attimo mia nonna che non avendo sentito nulla cominciò a camminare nell’acqua del fiume proprio nella direzione sbagliata. Fu un attimo e sprofondò nella melma, si riempì di escrementi e non riusciva ad uscirne fuori. Fu un dramma tirarla fuori da lì, ma la cosa più brutta fu ritornare a casa in quelle condizioni che puzzava e tutta sporca. Dopo questa esperienza non si recò più al fiume e la cosa rimase memorabile!
Partenza per Genova…….
La guerra faceva il suo corso e mio nonno per lavoro fu trasferito dal Cantiere Navale di Palermo a quello di Genova. Tutta la famiglia composta da quattro persone, madre, padre, e due figlie, mia zia di diciotto anni e mia madre di nove si prepararono a lasciare la loro casa, i parenti, la Sicilia, in un momento terribile, dove tutto era precario, dove dovevi andare a cercare un posto dove dormire e mettere al sicuro la famiglia. Il viaggio fu allucinante, stipati, senza intimità con la paura dei bombardamenti e le continue soste alle stazioni di passaggio. Non c’erano i treni veloci a lunga percorrenza e il viaggio durò diversi giorni. Arrivarono distrutti, ma la cosa più importante era: essere ancora tutti vivi. Trovare casa fu molto difficile perché non affittavano le case ai siciliani, ma un tetto si doveva avere per dormire e dopo tante traversie riuscirono nell’intento. Le ore di lavoro a quei tempi non erano le trentotto ore di adesso, si lavorava dalla mattina presto fino al tardo pomeriggio, senza contare che se c’era bisogno di consegnare il lavoro facevano tanto straordinario e si lavorava anche la domenica. Rimasero con mio nonno poco tempo mia nonna e mia zia, mentre mia madre per tre anni continuò a vivere a Genova con suo padre. La mattina si alzava alle cinque e a quella tenera età preparava la colazione a mio nonno e si occupava della casa. Con la tessera andava a fare interminabili file per prendere quello che gli spettava, ciò che lo stato aveva deciso di dare per sfamare la gente. Mia zia, aveva paura dei bombardamenti, era terrorizzata, i tedeschi erano molto presenti nel territorio e la lotta partigiana era molto forte in quella zona. Mia madre invece era molto intraprendente e andava sempre in giro a cercare qualcosa da mangiare o a fare qualche lavoretto a casa di qualcuno per racimolare qualche soldo. Molti sono gli episodi raccontati da lei di storia vissuta, racconti tristi che ancora oggi mi fanno tanto male.
Un brutto incontro…….
Un giorno, durante un allarme, mia madre era da sola, la sirena avvisò che stava per cominciare un bombardamento e in fretta e furia si diresse verso il ricovero più vicino. I partigiani cominciavano a essere più pressanti contro i tedeschi e loro di contro facevano rappresaglie contro i civili inermi e per ogni tedesco ucciso prendevano dieci italiani e li fucilavano. Man mano che si avvicinava, notò subito che non c’era la solita gente all’ingresso, ciò era molto strano ma, s’inoltrò comunque nella galleria in cerca di un posto, dove sedersi e attendere la fine dell’incursione aerea. I rifugi erano illuminati, ma come quando si entra in una galleria con la macchina, gli occhi hanno bisogno di un po’ di tempo per abituarsi a quella luce, mentre attraversava i lunghi corridoi, da lontano scorse sui sedili due militari. Erano seduti sui sedili di pietra con gli elmetti e i fucili stretti nelle mani. Era molto strano, di solito era tutto pieno di gente e spesso non c’erano posti a sedere per tutti sui sedili e la confusione regnava sovrana. Avvicinatasi, capì dalla divisa che erano due soldati tedeschi, giovanissimi, sembravano dormire. Allungò il passo e andò oltre, ma appena oltrepassato il sedile, i due militari si mossero, scivolarono piano piano e caddero a terra distendendosi lasciando una scia di sangue. Erano stati uccisi! Presa dalla paura cominciò a correre per i corridoi fino a quando uscì sconvolta all’aperto. Tornò a casa terrorizzata ma per raccontare cosa era successo, dovette aspettare la sera quando mio nonno si ritirò dal lavoro. Dopo questa brutta esperienza, era più attenta e cercava di avviarsi in compagnia in un rifugio. Ogni volta che racconta questo episodio, si rammarica, che con quell’atto, i partigiani, avevano messo a repentaglio, la vita di molti civili. Quel giorno i tedeschi caricarono sul camion i primi dieci italiani, tutti uomini, che trovarono per strada. Non tornarono più a casa dai loro cari!
La piccola vedetta lombarda…
Mia madre, aveva come vicina di casa, una signora genovese che, nonostante la guerra, non aveva problemi finanziari, infatti, la pasta non mancava a tavola tutti i giorni. Venutolo a sapere, un giorno propose alla signora di aiutarla a pulire la casa in cambio di un piatto di pasta. La signora accettò di buon grado e mia madre aspettava quel giorno con ansia con l’acquolina in bocca. La signora aveva un ragazzo che si recava al lavoro tutti i giorni e per l’ora di pranzo tornava a casa per mangiare un piatto di pasta. La signora, aveva l’abitudine di aprire la finestra e con un binocolo scrutava i dintorni fino a quando scorgeva il figlio che sbucava da una stradina. Appena lo individuava, andava a mettere giù la pasta nella pentola, nell’acqua che bolliva. Accorciava così i tempi di attesa e suo figlio trovava già a tavola la pasta. Arrivò il giorno tanto atteso per mia madre, la vicina la invitò ad andare a casa sua per essere aiutata nelle faccende domestiche. Aveva l’acquolina in bocca! Quel giorno mia madre non risentiva della fatica e aiutava volentieri la signora e la accontentava volentieri consapevole della buona ricompensa. Era arrivata la fatidica ora! La signora mise sul fuoco la pentola e cominciò il rito dell’attesa. Lo vide arrivare e di corsa buttò la pasta. Passarono pochi minuti e i vicini cominciarono a bussare con furia dietro la porta, la signora aprì, ma non vide suo figlio! I tedeschi avevano notato che qualcuno con il binocolo scrutava la zona, pensando fossero dei partigiani, prelevarono il ragazzo e lo fucilarono. Una tragedia immensa. Quel giorno il pranzo fu saltato, la pasta rimase nella pentola, mia madre digiuna!
Anche mia madre a casa ha un binocolo e poiché abita nei piani alti, ha l’abitudine di usarlo. Quando vado a trovarla, spesso è con il binocolo in mano sul balcone di casa ed io le dico: stai attenta con questo binocolo, che ti finisce come a Genova, mi ricordi la piccola vedetta lombarda, così, almeno, le strappo un sorriso.
Che meraviglia quel vestitino!
Quando mia madre si era trasferita a Genova, non avevano portato molte cose, anche la biancheria era contata, non è come oggi che i vestiti sono alla portata di tutti e si trovano già confezionati. Crebbe da subito la necessità di avere un vestito nuovo da mettere anche la domenica per andare a Messa. Il problema principale erano i soldi, si doveva comprare la stoffa e provvedere poi, a far cucire da una sarta i vestiti. Impresa non facile, i soldi non bastavano! Si comprò prima la stoffa ma inaspettatamente una vicina si offerse di cucire gratis i vestiti. Ci volle un po’ di tempo, dopo prove e riprove i vestiti presero forma e finalmente furono pronti per essere indossati. Una bella domenica si recò in chiesa, mia madre era felicissima di sfoggiare il suo vestitino, alla fine della funzione si avviarono a casa lentamente. Si tolsero i vestiti che, provvisoriamente, adagiarono sul letto, e, indossati abiti più comodi per la casa, si diressero in cucina per preparare il pranzo. La sirena, inaspettatamente cominciò a suonare, pertanto, precipitosamente, lasciarono l’appartamento per raggiungere il rifugio più vicino. Il bombardamento si prolungò più del solito, il tremare delle pareti avvisava chiaramente che le bombe cadevano vicine. Finalmente l’allarme cessò e si rimisero per strada per tornare a casa. Da lontano videro che una parte del palazzo era crollata. Via via che si avvicinavano, notavano sul loro balcone, sui fili da stendere, qualcosa che pendeva. Arrivarono a casa, entrando trovarono tutto spalancato, vetri rotti e in camera non trovarono più i loro vestiti sul letto. Lo spostamento d’aria li aveva scaraventati sui fili da stendere ed erano lì attorcigliati, a brandelli! Avevano perso i sospirati vestiti ma avevano avuto salva la vita.
Cosa non si fa per un salamino!
A Genova, vicino la casa di mia madre, vi era un edificio piantonato dai tedeschi, dove in un magazzino vi era stipato ogni ben di Dio. Il passa parola diceva che vi tenevano il mangiare per i militari e che per lo più era stato requisito ai civili. La cosa non andava giù ma non si poteva far niente contro i militari per paura di una rappresaglia. Un giorno arrivò la notizia che i tedeschi stavano abbandonando la città, in effetti, si erano visti movimenti strani e passaggi di camion con molti militari a bordo, ma non verificarono la veridicità della notizia. Mia madre uscì con sua sorella per il solito rito del ritiro del cibo che toccava con la tessera, e arrivata vicino l’edificio, vide della gente sostare nei pressi. Bastò un cenno e non vedendo nessun militare i residenti assalirono il magazzino e cercarono di prendere tutto quello che potevano. Mia madre trascinando sua sorella, entrò e cominciò a prendere formaggi, salamini, e cercava di farsi spazio tra gli altri. La gioia durò un attimo, cominciarono a sentire avvicinare i camion che arrivati davanti al magazzino scaricarono i militari armati di mitraglietta. I tedeschi cominciarono a mitragliare i civili mentre correvano da tutte le parti, mia madre mentre scappava tirava sua sorella e sentendo gli spari pensò che l’unica salvezza fosse di buttarsi a terra, e fingersi morta. Si buttarono a terra e si misero accanto ai corpi inermi dei civili. I tedeschi si allontanarono e solo allora, dopo un po’ di esitazione, tirando sua sorella, pietrificata, si rialzarono e corsero via verso casa. Anche stavolta era stata fortunata e a casa non portò alcun salamino!
Un buon pranzetto!
Una mattina, mia madre si era alzata presto com’era solito fare, preparò la colazione per il papà e per lei, sistemò la casa e cominciò a pensare a cosa preparare per il pranzo. A casa non c’era molto da mangiare e quindi, mia madre, cominciava a mettere in campo tutte le sue forze e a pensare a come avrebbe potuto racimolare qualcosa per il pranzo. Si preparò per uscire e lasciata casa, cominciò ad andare in giro alla ricerca. Mentre camminava, passò vicino a un campo, si fermò un attimo e mentre osservava il prato, ebbe l’impressione di vedere muovere qualcosa. Incuriosita, si soffermò a guardare e con sua grande sorpresa ebbe la conferma, quel dubbio era realtà, aveva visto qualcosa e quel qualcosa era: un coniglio! Nella mente di una bambina quella di catturarlo era la cosa più facile da fare, appena si sarebbe fermato per una pausa, gli avrebbe buttato addosso il cappotto e l’avrebbe immobilizzato. Cominciò la caccia. Lo seguiva senza perderlo d’occhio ma, sempre, nel momento più propizio, lui, con un balzo, scappava via e riprendeva la sua corsa. Questa cosa andò avanti per più di un’ora e si era allontanata parecchio da casa. Continuò ancora la sua caccia ma il copione si ripeteva, il coniglio non si faceva prendere, pensò allora che non fosse il caso di continuare con questa impresa troppo si era allontanata da casa. Suo malgrado e a malincuore, dovette abbandonare quel desiderio di vedere sulla sua tavola, fumante in un vassoio, un profumatissimo e squisito coniglio alla cacciatora. Il ritorno a casa fu molto triste, la stanchezza si faceva sentire e i piedi, fumavano!