Raffaella Trozzo

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L’Agenda del Poeta 2027

La pensione

Per una beffa del destino, il giorno 1 Aprile 2020, sono stata collocata in quiescenza, parola arcana che nel linguaggio amministrativo rappresenta il trattamento attribuito di diritto al dipendente di ruolo collocato a riposo.
Per quanto quel giorno mi fosse già stato notificato da tempo a seguito della mia richiesta di pensione anticipata, non si è mai preparati a chiudere un capitolo della propria esistenza quando ancora si ritiene di non avere bisogno di riposo dall’attività professionale, ovvero da quelle attività che per oltre 40 anni sono state per me vitali.
Nell’Aprile 2020 l’Italia stava vivendo da qualche giorno un periodo molto buio e completamente inaspettato: il lockdown per la pandemia da Covid-19, pertanto non potendoci salutare di persona, con sorpresa nel mio primo giorno di quiescenza è stata creata una chat dove, in tempo reale, tutti i miei colleghi e collaboratori hanno inviato il loro saluto ed abbraccio virtuale in una serie crescente di emozioni susseguitesi dal primo mattino.
I ricordi dei giorni, degli anni trascorsi in servizio diventavano palpabili e rivivevano in sequenze di un film dove si avvicendavano emozioni forti e contrastanti. Abbiamo ricordato i momenti di gioia, allegria, condivisione e solidarietà, ma anche di tanta rabbia, delusione e abbattimento.
Mi piace pensare che anima e memoria rimangano legate a determinati luoghi e persone perché troppo affezionate ad essi per separarsene completamente, non potevo non ricambiare tanto calore se non con una lettera di commiato sentita ed autentica, che rimane ancora oggi nel ricordo collettivo.
“Carissimi tutti al termine della mia esperienza lavorativa non posso chiudere questo lungo percorso della mia vita senza inviare un saluto a chi per poco o per tanto ha condiviso con me questo cammino ed ha rappresentato una parte della mia famiglia e come si sa in famiglia ci si vuole bene e si litiga, ma il tutto resta in famiglia e poi si fa pace.
Ho sempre cercato di lasciare oltre il portone d’ingresso i problemi personali e di far si che non condizionassero il lavoro comune, tuttavia negli ultimi mesi questi mi hanno assalito talmente tanto da non riuscire più a confinarli all’esterno. E’ stato questo il motivo, come voi ben sapete, per cui ho dovuto lasciare.
Abbiamo lavorato tanto e costruito tanto anche nelle difficoltà e nelle carenze strutturali e materiali a disposizione, sempre in un’ottica di onestà intellettuale dimostrata da tutti.
In barba a chi offende il lavoro pubblico, ritengo che tutti voi operatori di questa Agenzia siate dei bravi, onesti ed indefessi lavoratori e rappresentiate per me il meglio dei collaboratori che avessi mai potuto incontrare o sperare di avere.
Vi auguro di proseguire sulla vostra strada con l’entusiasmo e la forza di volontà che avete sempre dimostrato e che questo periodo di lontananza fisica serva a far capire l’importanza dei rapporti umani ed in definitiva possa aprire, se possibile, ad uno spirito collaborativo maggiore.
Io non sarò con voi quando si riapriranno per tutti le porte dell’ufficio, ma vi prego quando vi incontrerete di abbracciarvi l’un l’altro e di includermi in quell’abbraccio.
Non dimenticatemi, io non lo farò.
Con affetto Raffaella”


Ho settantadue anni e nella mia vita ho attraversato diversi periodi che hanno radicalmente modificato il modo di vivere delle persone determinando un tenore di vita e condizioni ambientali e sociali sempre più floride economicamente. Ma accanto a tanto progresso economico mi sono spesso chiesta se la qualità della vita abbia ricevuto pari migliorie, oppure stiamo assistendo inermi ad una progressiva e devastante crisi dei valori. 
Abbiamo noi contribuito, in un certo qual modo, alla negazione del processo fisiologico di crescita/adultizzazione dei nostri figli e di riflesso su quello dei loro figli?
Oggi in famiglia si fa sempre più fatica a rapportarsi con i figli e ad ascoltarli perché si è quotidianamente fagocitati dagli impegni lavorativi e ricreativi. La preponderante presenza degli stimoli offerti dai social e dai media altera il rapporto tra le generazioni confinando in secondo piano l’incontro ed il confronto tra figli e genitori. Bisogna interrogarsi se l’assurda bulimia di attività e di impegni integrativi alla scuola ed al lavoro serva a riempire il vuoto di una famiglia sfilacciata nei valori o solo distratta.
L’apporto che è stato dato alla creazione dei disvalori ha origine in un mondo fatto di discriminazioni, di corsa al guadagno, di “inquinamento” morale di modelli di società non in linea con il diritto. I giovani come spesso anche noi adulti cediamo alle lusinghe delle sirene mediatiche e diventiamo vittime passive di un sistema di omologazione dei desideri e degli status.
Al fine di ripercorrere i cambiamenti sociali che si sono succeduti in questi ultimi settant’anni, vorrei narrare alcuni episodi di momenti salienti del mio vissuto; inserti della memoria del passato che hanno tanto contribuito alla formazione del mio pensiero presente.

I° Racconto: La scuola elementare nei primissimi anni ‘60.
Abitavo in una frazione di un paese del sud Italia dove la modernità ci aveva appena sfiorato, ma dove si viveva il calore delle famiglie, dei vicini e della condivisione.
Per tutti grandi attori, saggi e filosofi la felicità è fatta di attimi, sprazzi di benessere durante i quali si é in pace col corpo e con la mente.
Fortunatamente per me questi attimi di felicità sono durati abbastanza a lungo e sono coincisi con tutto il periodo del mio percorso scolastico della scuola elementare.
Noi bambini e bambine non avevamo niente allora per essere felici, secondo gli schemi canonici odierni. Non avevamo caramelle o giocattoli, nemmeno regalati da Babbo Natale o dalla Befana. Pensavamo che abitando in una piccola frazione sconosciuta essi non riuscissero a trovare la via per arrivarci, ma non importava a nessuno perché ogni giorno con i miei compagni di scuola o di gioco s’inventava un modo per stare allegri e per divertirci.
Faceva molto freddo nei freddi inverni degli anni ’60 nelle case rurali provviste solo di un grande focolare in cucina, ma totalmente assente di ogni fonte di calore nelle altre stanze.
Anche la nostra scuola elementare era gelida, ma era riscaldata dal calore di noi tanti bambini e bambine presenti in ogni aula. Erano i tempi in cui le classi consistevano in due semplici magazzini di una casa, i cui proprietari avevano fittato al comune.
Le classi pertanto erano multiple, prima e seconda insieme in un’aula e poi terza quarta e quinta insieme nell’altra aula. Erano i tempi in cui i bambini venivano istruiti da un’unica maestra, che era anche solida maestra di vita.
Noi bambine e bambini andavamo a scuola con il grembiule nero, il colletto bianco ed il fiocco del colore della classe di riferimento: blu, rosa, rosso, verde e bianco.
Quante risate ci siamo fatte noi donnine in seconda elementare quando anche i maschietti erano costretti a mettere il fiocco rosa, li chiamavamo femminucce.
Eppure nessuno ci chiamava “bullette” e neanche i bambini si sentivano “discriminati”, stressati o “psicologicamente deviati nell'identità sessuale”, tutti vocaboli coniati dalla colta età moderna del benessere fisico e dell’opulenza economica.
Anche la maestra aveva freddo e spesso la proprietaria di casa portava un braciere, la classica 'vrascera’ per farla ritemprare.
Allora noi alunni a turno chiedevamo alla maestra di andare a riscaldarci le mani e spesso succedeva di trovarci quattro o cinque bambini accovacciati intorno al braciere. I compagni burloni allora prendevano il fiocco con le mani lo alzavano e facevano finta di impiccarsi tirando fuori la lingua e strabuzzando gli occhi. Non c’erano film horror a quei tempi, non so dove l’avessero visto, ma certamente non ci facevano paura, di fatto suscitavano risate e sberleffi tanto che il gruppetto finiva per essere mandato a posto dalla maestra con un apparente rimbrotto.
C’era tanta innocenza a quei tempi, ma erano tempi in cui sono nate le prime e vere amicizie che durano da una vita e le prime simpatie con i maschietti gradualmente dissoltesi negli anni.
Mi piace pensare che anima e memoria rimangano legate a determinati luoghi e persone perché troppo affezionate ad essi per separarsene completamente,
Cosi ogni volta che ritorno sui luoghi della mia infanzia e passo davanti alla casa che fu la mia prima scuola, mi assale una forte emozione e mi fermo un istante ad ascoltare le voci di quei bimbi degli anni ‘60 che salutano la maestra: Buongiorno Signora Maestra.

II° Racconto: il Natale di una volta (anni ‘60/70)
C’è un tempo nel quale sacro e profano, mistero e realtà, leggenda e verità storica s’incontrano, si incastrano e convivono in un’unica notte all’anno.
È la notte di Natale.
Per i credenti è la notte in cui tutto ha origine, è la nascita (rinascita) della fede, ma per tutti non si può non riconoscerla come una notte speciale.
Per molti ciò si esalta nella convivialità intorno agli immensi deschi familiari, ma per alcuni diventa magica quando legata alle antiche leggende che si cercano di non far dimenticare.
Quando ero bambina mio nonno, nelle lunghe serate invernali davanti al focolare, raccontava come nella notte di Natale gli animali si parlassero fra loro. Agli uomini era però vietato ascoltarli perché si poteva morire.
Io a quei tempi abitavo in una grande casa in campagna e il mio svago era stare sempre all’aperto con gli altri bambini del circondario. Erano i tempi in cui la notte aveva una voce ed era quella della natura esaltata dal silenzio antropico. La sera di Natale però avevamo tanta paura ad uscire di casa perché temevamo di udire parlare gli animali.
Che bella cosa l’ingenuità fanciullesca, quanta nostalgia, quanta genuina semplicità è andata persa nel corso dei decenni.
Ora il canto dei galli, l’abbaiare dei cani, i versi di gufi e civette lasciano il posto allo scoppiare dei petardi e dei fuochi d’artificio, che illuminano la notte e spengono la magia dei riflessi di luna e stelle.
Dicono che uno diventa vecchio quando i ricordi si affollano in modo preponderante nella mente.
Beh in questi giorni io mi sento tanto vecchia, però darei tutto il benessere odierno per rivivere ancora una volta quei Natali fatti di poche cose, ma di tanto, veramente tanto amore e solo amore.

III° Racconto: Il Natale ai tempi odierni
Ad oggi la mia vecchia casetta è stata sostituita da moderne villette recintate che racchiudono famiglie sempre più isolate e distanti fra loro.
La mia villetta è sita in una ridente campagna a pochi chilometri dalla città. Ci sono tre strade per scendere in città, due sono strade secondarie, maltenute, prive di banchine e di illuminazione notturna.
Spesso per comodità mi capita di percorrerle e puntualmente sul ciglio della strada noto un pullulare di buste contenenti rifiuti sui quali pasteggiano allegramente dei cani randagi ivi tristemente abbandonati. Sterpaglie e rifiuti sparsi un po’ ovunque, buche e ghiaia sul tracciato.
Ma c’è un periodo dell’anno in cui tutto questo degrado scompare miracolosamente!
È la neve che opera il miracolo. Quella folta coltre bianca che ricopre la strada e la campagna circostante nasconde pietosamente ogni vergogna rendendo l’ambiente candido ed incontaminato.
Il Natale per me è come la neve.
Luci natalizie e luminarie messe un po’ ovunque, ad arco sulle strade, sulle facciate delle case, sugli alberi di viali e giardini, calamitano i nostri sguardi tanto da offuscare ogni sudiciume, da ovattare il degrado terreno. Per un mese all’anno siamo tutti buoni, ci amiamo, siamo gentili e rispettosi, che bello non c’è più miseria e laddove c’è portiamo i pacchi dono, non ci sono più barboni infreddoliti e affamati perché i gruppi della carità li hanno riforniti di coperte e preparato per tutti loro il pranzo di Natale. Non ci sono più sofferenti! sono felici c’è una capanna dove è stata posta una statuina che raffigura un bambino in fasce che dice loro di essere lì per portare in dono serenità e salvezza.
Sfavillii di luci e colori ovunque e poi … poi di colpo viene gennaio.
Le luci si spengono, quegli alberi che troneggiavano superbi nelle case diventano mucchi di rifiuti per le strade andando a rimpinguare i già tanti presenti.
Le promesse sono infrante poveri e sofferenti riprendono i loro ruoli. Bisogna ora affrontare il lungo inverno, il freddo ed il gelo penetrano nelle ossa e non c’è più nessuna speranza che riesca a scaldarle.
La neve si scioglie e ovunque ricompaiono le brutture e le tristezze terrene.
È stata tutta un’illusione? Forse… ma domani potrebbe nevicare di nuovo!!!!!


Alla scoperta della Calabria: Serra San Bruno e Mongiana

L’Auser di Rende non smette mai di sorprendere e di regalare ai soci pillole ricostituenti e rifocillanti come la fantastica gita di due giorni che ci ha fatto conoscere due perle della nostra bellissima regione, Mongiana e Serra San Bruno.
Oltre che giulivo e giocoso il nostro viaggio ci ha portato alla scoperta di come antichi mestieri siano riusciti a cavalcare i secoli ed a riciclarsi in prestigiose arti moderne.
Il tour è partito dalla visita della Fabbrica d’Armi e delle Reali Ferriere Borboniche di Mongiana, oggi divenuto museo. In questo piccolo comune della provincia di Vibo V. nel 1770 - 1771 da parte della dinastia dei Borbone di Napoli, è sorto un importante e ardito polo siderurgico come parte integrante del complesso industriale e militare del Regno delle due Sicilie.
Questo comportava la produzione di componenti costruttivi metallici per ponti, delle rotaie del primo tronco ferroviario Italiano, del famoso fucile Mongiana e tante altre eccellenze.
All’ingresso si possono ammirare due maestose colonne in ghisa ancora perfettamente mantenute.
Abbiamo potuto infine osservare gli antichi resti delle mura dell’impianto attivo fino al 1861.
Successivamente abbiamo percorso i viali del Parco della Biodiversità, la cui tutela e salvaguardia è affidata al Reparto Carabinieri Biodiversità di Mongiana.
Successivamente abbiamo percorso i viali del Parco della Biodiversità, la cui tutela e salvaguardia è affidata al Reparto Carabinieri Biodiversità di Mongiana.

Con grande entusiasmo abbiamo accolto il percorso alla scoperta dei mestieri e delle arti, che così come tramandate dai padri vengono magistralmente mantenute in vita ed eseguite dai figli e dalle nuove generazioni. Siamo quindi andati a Serra San Bruno per incontrare una sorta di "certosino laico": Vincenzo Grenci, un grande artigiano che costruisce con le sue mani pipe di legno famose in tutto il mondo.
A seguire abbiamo visitato ed ammirato un vero e proprio scrigno di bellezza: la gipsoteca Giuseppe Maria Pisani, gestita dal figlio Domenico, che è stato anche eccellente guida delle chiese antiche della cittadina.
La gipsoteca Pisani ospita sui vari piani di un palazzo recentemente restaurato, l’intero laboratorio dell'artista.
Vi si possono ammirare i gessi di tante sculture, molti dei quali sono stati tradotti in bronzo e collocati nelle piazze, nelle chiese o nei cimiteri di molte città italiane ed estere.
La nostra guida Brunello Tripodi fotografo “emozionale” ed eclettico artista, la cui attività spazia dalla fotografia alla lavorazione delle pelli e del legno, ci ha aperto le porte del suo laboratorio dove ci ha permesso di ammirare tutte le sue creazioni artigianali e passioni. 
Ci ha quindi condotto alla casa della cultura intitolata a
Sharo Gambino (1925-2008) scrittore e giornalista nonché studioso della ‘ndrangheta e meridionalista “il più calabrese dei calabresi dei cui insegnamenti occorre fare tesoro per non perdere la nostra storia, la nostra cultura, le nostre tradizioni e tutti i nostri valori umani e sociali”.
La casa della cultura fortemente voluta e realizzata da Sergio Gambino, figlio del compianto scrittore, oltre ad avere l’obiettivo di far conoscere e divulgare la vastissima produzione letteraria dello scrittore ospita al suo interno alcuni laboratori artigianali che hanno lo scopo di trasmettere l’arte della scultura delle pietre dure e dei saperi nella lavorazione del legno ai tanti giovani desiderosi di imparare.
Bruno Tassone, fondatore e voce del gruppo musicale Parafone, ci ha gentilmente ricevuti ed accompagnati nella scoperta, fra l’altro, delle poesie del poeta scalpellino Mastro Bruno Pelaggi. Uno scalpellino analfabeta che dettava i suoi versi alla figlia.
Prese dal web queste sue parole sempre più che mai attuali:” “Sempi ‘ndi cugghjiunijia, a tutti sti paisi, ca sgravanu li spisi e fannu strati e ‘mbeci cchjiù gravati li spisi e strati nenti e nui povar’aggenti li cridimu” (“Sempre siamo presi in giro, nei nostri paesi, dicendoci che verranno abbassate le tasse e che faranno le strade, invece, tasse più “salate” e nessuna strada e noi, povera gente, gli crediamo”).
Gli occhi affilati di Bruno Pelaggi si chiusero per l’ultima volta il 6 gennaio 1912 e contenevano ancora tutto il peso e il pianto di due secoli di storia. Sempre sue le struggenti parole di chiusura:”… e pue quando vidimu, smurzata la lanterna, cu ‘nà “recumeterna” “Addio Calabria!”.
Che meraviglia l’intelligenza umana
Vorrei concludere questo mio excursus vacanziero/culturale parlando di un posto che credo non possa non suscitare un profondo senso di estatica contemplazione nei visitatori (per dirla al modo di Platone): la Certosa cinquecentesca di Serra San Bruno.
In effetti noi abbiamo potuto visitare solo il museo della Certosa perché naturalmente l’accesso ai luoghi di clausura è consentito solo a quei pochi privilegiati, che possono incontrare i monaci per motivi particolari e necessari.
La Certosa ospita attualmente 12 monaci ed è una delle tre ancora attive in Italia. Le altre sono quella di Farneta, presso Lucca e quella femminile di Dego, in provincia di Savona
All’interno del museo si respira un’aria di misticismo intenso, trasfuso dal canto melodioso dei monaci che si diffonde in ogni luogo e che, come il canto delle sirene, ammalia e fa appassionare alle opere esposte: fotografie dei monaci certosini, dipinti da questi effettuati, naturalmente il mezzobusto in bronzo del Santo fondatore dell’ordine ed il bellissimo plastico dell’intera area realizzato dall’artista Domenico Chiarella. In uno dei locali abbiamo ammirato un gigantesco orologio a pendolo il cui meccanismo è completamente a vista dietro una lastra in plexiglas. Oggi automatizzato è ancora in funzione, mentre un tempo veniva azionato da una manovella girata da un certosino al bisogno
Il museo contiene anche una riproduzione della cella dei cer-tosini. Essa è scarna, spartana, un pagliericcio è posto su un letto singolo, tipo a baldacchino, ma con tutto il contorno in legno. La stanza è provvista di un semplice tavolino con se-dia, posto davanti alla finestra e viene riscaldata da una mi-nuscola stufa in legno. 
La vita giornaliera dei Certosini è scandita dalla liturgia del-le ore. La liturgia certosina è plasmata dalla vocazione ere-mitica, il rito è caratterizzato da una grande semplicità e so-brietà privilegiando l’unione dell’anima con Dio ed il racco-glimento.
L’ufficio delle ore è celebrato in chiesa nel cuore della notte (Mattutino e Lodi).
I certosini nutrono un amore molto particolare per questo lungo ufficio notturno, in cui ciascuno, in modo comunitario, ma anche con accenti personali, vive un’intensa e profonda comunione con Dio. Verso la fine della giornata si ritrovano in chiesa per la recita dei Vespri, mentre le altre ore dell’ufficio sono celebrate da ogni monaco nella sua cella.
La vita solitaria e silenziosa caratterizza il mondo della Certosa, i monaci possono uscire dall’eremo per sole 4 ore settimanali, che spesso occupano per fare un giro nei boschi circostanti poiché, non avendo mezzi di locomozione a disposizione, non possono andare lontano.
Inoltre sono completamente inconsapevoli dagli avvenimenti del mondo non avendo la possibilità di ascoltare radio e televisione o di leggere giornali. Hanno però a disposizione una grande biblioteca dalla quale attingere quelle letture che costituiscono la medicina per l’anima.
Vivere completamente fuori dal mondo, dai fatti che in esso avvengono: guerre, catastrofi, pandemie, come anche di quei pochi avvenimenti positivi (?) può suscitare un senso di orrore e sconcerto in tutti noi così abituati ad essere dipendenti da cellulari ed informazioni che riceviamo in tempo reale.
Quanta forza, quanta volontà deve avere un uomo che, come raccontatoci, ha vissuto in quel luogo per 70 anni!!
Personalmente questo pensiero mi ha particolarmente confuso, non avrei mai potuto pensare che ai nostri giorni potesse esistere un tale modo di vivere.
L’esistenza umana è un mistero, un enigma che sfida la nostra capacità di comprensione. E’ un intreccio di pensieri, desideri, azioni, momenti di grande intensità e di innumerevoli intervalli, che, se considerati attentamente, compongono una sinfonia più armoniosa di quanto spesso riusciamo a percepire. Nonostante le sfide e le incertezze, l’uomo continua a vivere ed a cercare il significato della vita; eppure se ci fermiamo un istante, con uno sguardo più amorevole e curioso, possiamo scoprire che la vita è molto più poetica e gioiosamente sorprendente di quanto crediamo.
In riguardo vorrei riportare un pensiero bellissimo estrapolato dalla lettera ai poeti del nostro amato Papa Francesco: “Ci sono cose nella vita che, a volte, non riusciamo neanche a comprendere o per le quali non troviamo le parole adeguate: questo è il vostro terreno fertile, il vostro campo di azione. E questo è anche il luogo dove spesso si fa esperienza di Dio”.
A seguito di questa visita ho composto una poesia i cui ultimi versi riporto di seguito:
<<V’è un luogo su un monte dove dodici querce in anonimato,
volontariamente il mondo hanno abbandonato.
Sono Certosini e vivono in contemplazione e preghiera,
prediligendo l’unione dell’anima a Dio a principiar dalla sera.
Antichi testi, silenzio e meditazione fan loro compagnia,
ma il rumore del mondo resta fuori da questa Abbazia.
Il canto melodioso dei monaci diffuso negli accessi circostanti
Come il canto delle sirene di Ulisse ammalia gli astanti.
Sembran dire alle genti: non abbiate timore
C’è un altro modo di vivere e di dispensare l’amore.
Un amore che supera dell’uomo moderno il pensiero,
se solo riusciamo ad aprire il cuore al mistero!>>

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