Calvino, Le città invisibili:
“L’inferno dei viventi non è qualcosa che sarà; se ce n’è uno, è quello che è già qui, l’inferno che abitiamo tutti i giorni , che formiamo stando insieme. Due modi ci sono per non soffrirne. Il primo riesce facile a molti: accettare l’inferno e diventarne parte fino al punto di non vederlo più. Il secondo è rischioso ed esige attenzione ed apprendimento continui: cercare e saper riconoscere chi e cosa, in mezzo all’inferno, non è inferno, e farlo durare, e dargli spazio”.
Quando ho letto questo passo ho realizzato di aver vissuto seguendo questa filosofia di vita, da usare come metodo per vedere il lato positivo di ogni evento. Ho provato a ‘riconoscere cosa, in mezzo all’inferno non è inferno’ e a farci affidamento, ad aggrapparmi a ciò che avrebbe potuto aiutarmi a superare le difficoltà che ho incontrato.
Ho vissuto il mio inferno più cupo frequentando diversi ospedali in Italia. In mezzo a medici frettolosi e distratti, mascherati dietro una vuota professionalità, ho cercato e trovato il ‘non inferno’ negli sguardi di tante anime sofferenti che, con il loro coraggio, davano ancora speranza. Volti segnati dal dolore e scavati dalle pene, ma mai rassegnati. Trovare la gioia di vivere o almeno il coraggio di continuare a vivere in un reparto oncologico, è l’insegnamento più grande che si possa ricevere per continuare a sorridere alla vita.
Spesso chi ha attraversato il mio stesso percorso di prova mi chiede come io possa essere ancora così fiduciosa e sorridente verso la vita. Vorrei chiarire che il mio atteggiamento non è affatto superficiale o leggero; la mia positività nasce dal credere profondamente nel valore della vita e dal ringraziare ogni giorno per essere viva e in salute. Quando le difficoltà affrontate potevano far pensare che avessi smesso di vivere per me stessa, ho capito che era proprio la forza che trovavo ogni giorno per assistere i miei cari a dare un senso alla mia vita. Una vita senza senso è il tormento di ogni spirito inquieto.
Riprendendo le parole della mia amata poetessa Alda ‘muori quando smetti di amare, scompari quando non sei più amato’ io voglio ancora amare il prossimo ed essere amata. Ma per farlo, non chiedo la commiserazione del mondo; piuttosto voglio essere propositiva. Voglio dimostrare che la speranza, quella signora che ci accompagna ogni giorno, non deve significare desiderare un futuro migliore, ma deve essere quella compagna che quotidianamente ci mostra uno spiraglio di sole, se solo noi sappiamo sorridere alla vita ed al prossimo.
In questi tempi in cui i valori di vera amicizia ed amore vengono derisi e deprecati, la cosa più preziosa che abbiamo è il nostro tempo e la nostra energia. Se riuscirò, anche solo per un attimo, ad essere la risposta che qualcuno cercava, se le mie braccia appariranno un rifugio sicuro per un’anima ferita, se le mie parole stasera daranno ristoro a menti tormentate, se riuscirò a trasmettere il messaggio di lasciare andare i ricordi dolorosi come rami secchi del passato, se sarò il silenzio che accoglie quando le parole non bastano più, allora avrò ricevuto anche oggi il mio spiraglio di sole.
Per una beffa del destino, il giorno 1 Aprile 2020, sono stata collocata in quiescenza, parola arcana che nel linguaggio amministrativo rappresenta il trattamento attribuito di diritto al dipendente di ruolo collocato a riposo.
Per quanto quel giorno mi fosse già stato notificato da tempo a seguito della mia richiesta di pensione anticipata, non si è mai preparati a chiudere un capitolo della propria esistenza quando ancora si ritiene di non avere bisogno di riposo dall’attività professionale, ovvero da quelle attività che per oltre 40 anni sono state per me vitali.
Nell’Aprile 2020 l’Italia stava vivendo da qualche giorno un periodo molto buio e completamente inaspettato: il lockdown per la pandemia da Covid-19, pertanto non potendoci salutare di persona, con sorpresa nel mio primo giorno di quiescenza è stata creata una chat dove, in tempo reale, tutti i miei colleghi e collaboratori hanno inviato il loro saluto ed abbraccio virtuale in una serie crescente di emozioni susseguitesi dal primo mattino.
I ricordi dei giorni, degli anni trascorsi in servizio diventavano palpabili e rivivevano in sequenze di un film dove si avvicendavano emozioni forti e contrastanti. Abbiamo ricordato i momenti di gioia, allegria, condivisione e solidarietà, ma anche di tanta rabbia, delusione e abbattimento.
Mi piace pensare che anima e memoria rimangano legate a determinati luoghi e persone perché troppo affezionate ad essi per separarsene completamente, non potevo non ricambiare tanto calore se non con una lettera di commiato sentita ed autentica, che rimane ancora oggi nel ricordo collettivo.
“Carissimi tutti al termine della mia esperienza lavorativa non posso chiudere questo lungo percorso della mia vita senza inviare un saluto a chi per poco o per tanto ha condiviso con me questo cammino ed ha rappresentato una parte della mia famiglia e come si sa in famiglia ci si vuole bene e si litiga, ma il tutto resta in famiglia e poi si fa pace.
Ho sempre cercato di lasciare oltre il portone d’ingresso i problemi personali e di far si che non condizionassero il lavoro comune, tuttavia negli ultimi mesi questi mi hanno assalito talmente tanto da non riuscire più a confinarli all’esterno. E’ stato questo il motivo, come voi ben sapete, per cui ho dovuto lasciare.
Abbiamo lavorato tanto e costruito tanto anche nelle difficoltà e nelle carenze strutturali e materiali a disposizione, sempre in un’ottica di onestà intellettuale dimostrata da tutti.
In barba a chi offende il lavoro pubblico, ritengo che tutti voi operatori di questa Agenzia siate dei bravi, onesti ed indefessi lavoratori e rappresentiate per me il meglio dei collaboratori che avessi mai potuto incontrare o sperare di avere.
Vi auguro di proseguire sulla vostra strada con l’entusiasmo e la forza di volontà che avete sempre dimostrato e che questo periodo di lontananza fisica serva a far capire l’importanza dei rapporti umani ed in definitiva possa aprire, se possibile, ad uno spirito collaborativo maggiore.
Io non sarò con voi quando si riapriranno per tutti le porte dell’ufficio, ma vi prego quando vi incontrerete di abbracciarvi l’un l’altro e di includermi in quell’abbraccio.
Non dimenticatemi, io non lo farò.
Ho settantun anni e nella mia vita ho attraversato diversi periodi che hanno radicalmente modificato il modo di vivere delle persone determinando un tenore di vita e condizioni ambientali e sociali sempre più floride economicamente. Ma accanto a tanto progresso economico mi sono spesso chiesta se la qualità della vita abbia ricevuto pari migliorie, oppure stiamo assistendo inermi ad una progressiva e devastante crisi dei valori. La cosa che più mi sconvolge è la constatazione di come la maggioranza dei giovani oggi sia totalmente indifferente alle politiche mondiali, mentre emerge in modo preponderante un’apologia di un passato politico, che sappiamo quanto male abbia apportato.
Abbiamo noi contribuito, in un certo qual modo, alla negazione del processo fisiologico di crescita/adultizzazione dei nostri figli e di riflesso su quello dei loro figli?
Si sono persi gli ideali perché la nostra generazione non è riuscita a tramandare gli ideali dei nostri padri, mandando in disuso parole fondamentali per il rispetto familiare e collettivo?
L’apatia potrebbe forse essere legata al fatto che in famiglia si fa sempre più fatica a rapportarsi con i figli e ad ascoltarli? Non c’è tempo per la comunione familiare perché si è quotidianamente fagocitati dagli impegni lavorativi e ricreativi. La preponderante presenza degli stimoli offerti dai social e dai media altera il rapporto tra le generazioni confinando in secondo piano l’incontro ed il confronto tra figli e genitori. Bisogna interrogarsi se l’assurda bulimia di attività e di impegni integrativi alla scuola ed al lavoro serva a riempire il vuoto di una famiglia sfilacciata nei valori o solo distratta.
L’apporto che è stato dato alla creazione dei disvalori ha origine in un mondo fatto di discriminazioni, di corsa al guadagno, di “inquinamento” morale di modelli di società non in linea con il diritto. I giovani come spesso anche noi adulti cediamo alle lusinghe delle sirene mediatiche e diventiamo vittime passive di un sistema di omologazione dei desideri e degli status.
Al fine di ripercorrere i cambiamenti sociali che si sono succeduti in questi ultimi settant’anni, vorrei narrare alcuni episodi di momenti salienti del mio vissuto; inserti della memoria del passato che hanno tanto contribuito alla formazione del mio pensiero presente.
Inizio con la presentazione del mio primo percorso scolastico: la scuola elementare nei primissimi anni ‘60.
Abitavo in una frazione di paese dove la modernità ci aveva appena sfiorato, ma dove si viveva il calore delle famiglie, dei vicini e della condivisione.
Per tutti grandi attori, saggi e filosofi la felicità è fatta di attimi, sprazzi di benessere durante i quali si é in pace col corpo e con la mente.
Fortunatamente per me questi attimi di felicità sono durati abbastanza a lungo e sono coincisi con tutto il periodo del mio percorso scolastico della scuola elementare.
Noi bambini e bambine non avevamo niente allora per essere felici, secondo gli schemi canonici odierni. Non avevamo caramelle o giocattoli, nemmeno regalati da Babbo Natale o dalla Befana. Pensavamo che abitando in una piccola frazione sconosciuta essi non riuscissero a trovare la via per arrivarci, ma non importava a nessuno perché ogni giorno con i miei compagni di scuola o di gioco s’inventava un modo per stare allegri e per divertirci.
Faceva molto freddo nei freddi inverni degli anni ’60 nelle case rurali provviste solo di un grande focolare in cucina, ma totalmente assente di ogni fonte di calore nelle altre stanze.
Anche la nostra scuola elementare era gelida, ma era riscaldata dal calore di noi tanti bambini e bambine presenti in ogni aula. Erano i tempi in cui le classi consistevano in due semplici magazzini di una casa, i cui proprietari avevano fittato al comune.
Le classi pertanto erano multiple, prima e seconda insieme in un’aula e poi terza quarta e quinta insieme nell’altra aula. Erano i tempi in cui i bambini venivano istruiti da un’unica maestra, che era anche solida maestra di vita.
Noi bambine e bambini andavamo a scuola con il grembiule nero, il colletto bianco ed il fiocco del colore della classe di riferimento: blu, rosa, rosso, verde e bianco.
Quante risate ci siamo fatte noi donnine in seconda elementare quando anche i maschietti erano costretti a mettere il fiocco rosa, li chiamavamo femminucce.
Eppure nessuno ci chiamava “bullette” e neanche i bambini si sentivano “discriminati”, stressati o “psicologicamente deviati nell'identità sessuale”, tutti vocaboli coniati dalla colta età moderna del benessere fisico e dell’opulenza economica.
Anche la maestra aveva freddo e spesso la proprietaria di casa portava un braciere, la classica 'vrascera’ per farla ritemprare.
Allora noi alunni a turno chiedevamo alla maestra di andare a riscaldarci le mani e spesso succedeva di trovarci quattro o cinque bambini accovacciati intorno al braciere. I compagni burloni allora prendevano il fiocco con le mani lo alzavano e facevano finta di impiccarsi tirando fuori la lingua e strabuzzando gli occhi. Non c’erano film horror a quei tempi, non so dove l’avessero visto, ma certamente non ci facevano paura, di fatto suscitavano risate e sberleffi tanto che il gruppetto finiva per essere mandato a posto dalla maestra con un apparente rimbrotto.
C’era tanta innocenza a quei tempi, ma erano tempi in cui sono nate le prime e vere amicizie che durano da una vita e le prime simpatie con i maschietti gradualmente dissoltesi negli anni.
Mi piace pensare che anima e memoria rimangano legate a determinati luoghi e persone perché troppo affezionate ad essi per separarsene completamente,
Cosi ogni volta che ritorno sui luoghi della mia infanzia e passo davanti alla casa che fu la mia prima scuola, mi assale una forte emozione e mi fermo un istante ad ascoltare le voci di quei bimbi degli anni ‘60 che salutano la maestra: Buongiorno Signora Maestra.
Vorrei ora riportare due episodi per mettere a confronto il Natale di una volta (anni ‘60/70) con quello dei tempi odierni, lasciando tuttavia uno spiraglio alla speranza!
C’è un tempo nel quale sacro e profano, mistero e realtà, leggenda e verità storica s’incontrano, si incastrano e convivono in un’unica notte all’anno.
È la notte di Natale.
Per i credenti è la notte in cui tutto ha origine, è la nascita (rinascita) della fede, ma per tutti non si può non riconoscerla come una notte speciale.
Per molti ciò si esalta nella convivialità intorno agli immensi deschi familiari, ma per alcuni diventa magica quando legata alle antiche leggende che si cercano di non far dimenticare.
Quando ero bambina mio nonno, nelle lunghe serate invernali davanti al focolare, raccontava come nella notte di Natale gli animali si parlassero fra loro. Agli uomini era però vietato ascoltarli perché si poteva morire.
Io a quei tempi abitavo in una grande casa in campagna e il mio svago era stare sempre all’aperto con gli altri bambini del circondario. Erano i tempi in cui la notte aveva una voce ed era quella della natura esaltata dal silenzio antropico. La sera di Natale però avevamo tanta paura ad uscire di casa perché temevamo di udire parlare gli animali.
Che bella cosa l’ingenuità fanciullesca, quanta nostalgia, quanta genuina semplicità è andata persa nel corso dei decenni.
Ora il canto dei galli, l’abbaiare dei cani, i versi di gufi e civette lasciano il posto allo scoppiare dei petardi e dei fuochi d’artificio, che illuminano la notte e spengono la magia dei riflessi di luna e stelle.
Dicono che uno diventa vecchio quando i ricordi si affollano in modo preponderante nella mente.
Beh in questi giorni io mi sento tanto vecchia, però darei tutto il benessere odierno per rivivere ancora una volta quei Natali fatti di poche cose, ma di tanto, veramente tanto amore e solo amore.
Ed oggi?
Ad oggi la mia vecchia casetta è stata sostituita da moderne villette recintate che racchiudono famiglie sempre più isolate e distanti fra loro.
La mia villetta è sita in una ridente campagna a pochi chilometri dalla città. Ci sono tre strade per scendere in città, due sono strade secondarie, maltenute, prive di banchine e di illuminazione notturna.
Spesso per comodità mi capita di percorrerle e puntualmente sul ciglio della strada noto un pullulare di buste contenenti rifiuti sui quali pasteggiano allegramente dei cani randagi ivi tristemente abbandonati. Sterpaglie e rifiuti sparsi un po’ ovunque, buche e ghiaia sul tracciato.
Ma c’è un periodo dell’anno in cui tutto questo degrado scompare miracolosamente!
È la neve che opera il miracolo. Quella folta coltre bianca che ricopre la strada e la campagna circostante nasconde pietosamente ogni vergogna rendendo l’ambiente candido ed incontaminato.
Il Natale per me è come la neve.
Luci natalizie e luminarie messe un po’ ovunque, ad arco sulle strade, sulle facciate delle case, sugli alberi di viali e giardini, calamitano i nostri sguardi tanto da offuscare ogni sudiciume, da ovattare il degrado terreno. Per un mese all’anno siamo tutti buoni, ci amiamo, siamo gentili e rispettosi, che bello non c’è più miseria e laddove c’è portiamo i pacchi dono, non ci sono più barboni infreddoliti e affamati perché i gruppi della carità li hanno riforniti di coperte e preparato per tutti loro il pranzo di Natale. Non ci sono più sofferenti! sono felici c’è una capanna dove è stata posta una statuina che raffigura un bambino in fasce che dice loro di essere lì per portare in dono serenità e salvezza.
Sfavillii di luci e colori ovunque e poi … poi di colpo viene gennaio.
Le luci si spengono, quegli alberi che troneggiavano superbi nelle case diventano mucchi di rifiuti per le strade andando a rimpinguare i già tanti presenti. Le promesse sono infrante poveri e sofferenti riprendono i loro ruoli. Bisogna ora affrontare il lungo inverno, il freddo ed il gelo penetrano nelle ossa e non c’è più nessuna speranza che riesca a scaldarle.
La neve si scioglie e ovunque ricompaiono le brutture e le tristezze terrene.
È stata tutta un’illusione? Forse ma domani potrebbe nevicare di nuovo!!!!!